Concilio Vaticano II
 

LA STRADA VERSO L'ECUMENISMO
[sulla Unitatis redintegratio - I]

di Giuseppe Alberigo

 

L'ETÀ DEL RIAVVICINAMENTO

Già prima del rapido tramonto delle ideologie, serpeggiavano nell'umanità contemporanea irriducibili fermenti di unità e di rispetto delle diversità. Le nostre generazioni hanno conosciuto significative testimonianze di pluralismo; gli esempi - in tutte le aree ideologiche - si potrebbero moltiplicare. Sono state tutte sortite, quasi sempre pagate a caro prezzo, da un'intransigente uniformità, ormai asfittica all'interno del cristianesimo come all'interno delle ideologie. L'iniziativa di una "Settimana di preghiere per l'unità", che era in incubazione dal 1740 in Scozia e che finalmente fu incoraggiata anche da Leone XIII nel 1894, fu ufficializzata nel 1908. Due anni dopo, nel 1910, la celebrazione della Ia Conferenza missionaria mondiale protestante a Edimburgo poi la pubblicazione nel 1920 di una lettera enciclica del Patriarcato di Costantinopoli sui problemi dell'unità, seguita dalla formazione nel 1921 del Consiglio missionario mondiale e dai congressi nel 1925 a Stoccolma di "Vita e azione" (Life and Work) e, due anni più tardi, a Losanna di "Fede e costituzione" (Faith and Order) sfociano nel 1948 nella costituzione a Amsterdam del Consiglio ecumenico delle Chiese, che associa le principali chiese cristiane, salvo quella cattolico-romana. Si ha, allora, l'impressione di un ritmo altrettanto incalzante di quello degli eventi di separazione del XVI secolo, ma di segno opposto, che neppure il grande conflitto del 1914-18 aveva interrotto. Accanto a ciò, è altrettanto significativo il crescere in molte società di comportamenti di accettazione del "diverso". La nuova condizione sociale riconosciuta ai portatori di handicap, ai malati, agli immigrati così come le lotte contro le discriminazioni razziali o per l'uguaglianza delle donne sono autentiche rivoluzioni culturali - anche se contrastate - dopo secoli di esclusione, di subordinazione, di emarginazione. Frequentemente i cristiani sono stati coinvolti in questo rinnovamento, talora ne sono stati l'anima. Ma ciò non implica una contraddizione insanabile? Com'è possibile partecipare a un rinnovamento sociale ispirato alla condivisione, al riconoscimento dell'"altro" e alla fiducia reciproca, mentre tra cristiani vige un rapporto di diffidenza, quando non di ostilità? Non si è sull'orlo di una inaccettabile schizofrenia? Come mai la divisione tra i cristiani permane, malgrado gli sforzi sinceri che, almeno da un secolo, vanno sotto il nome glorioso di "Movimento ecumenico"?

IL MOVIMENTO ECUMENICO

Solo lo scandalo suscitato nelle terre di missione dalla divisione e dalla concorrenza tra i cristiani ha avuto la forza di generare, dopo la seconda metà del XIX secolo, il Movimento ecumenico come spinta a riportare al centro della vita delle chiese il valore dell'unità e perciò l'impegno per la sua ricerca. Si trattava di risalire una secolare cristallizzazione di pregiudizi e di estraneità, di smantellare il privilegio riconosciuto ai fattori di divisione e di contrapposizione e di valorizzare invece l'immenso patrimonio comune, relativo non solo al passato, ma - non meno - all'esperienza in atto della fede (Cf. R. Rouse - S.C. Neill, Storia del Movimento ecumenico dal 1517 al 1948, Bologna 1980-1982 e H. Roux-A. Nicolas-B. Sesboüé, Oecumenisme, DS 11(1982) pp. 631-681.). Il Movimento ecumenico ha promosso un'inversione dell'atteggiamento delle chiese verso l'unità, ottenendo adesioni soprattutto in ambito protestante, mentre le chiese più antiche, sia la cattolico-romana che quelle ortodosse orientali mantenevano una tenace diffidenza, preoccupate che la ricerca dell'unità significasse un cedimento dottrinale. Solo qualche decennio fa - soprattutto per l'influsso esercitato dai fedeli emigrati nel nord America - le chiese orientali - Costantinopoli e Mosca - hanno inaugurato un'attitudine più morbida, aderendo al Consiglio ecumenico delle Chiese, diventato l'espressione istituzionale del Movimento ecumenico.

ECUMENISMO "CATTOLICO"

All'inizio degli anni Sessanta del secolo scorso con Giovanni XXIII la chiesa cattolica ha iniziato il superamento del proprio "splendido isolamento", sia a livello teologico che a livello pratico. Si è avviato un ripensamento della concezione della chiesa come realtà statica e compiuta (una "società perfetta", come si diceva allora) a favore dell'immagine biblica del popolo di Dio - ben più aperta e dinamica -, mentre teologi cattolici erano autorizzati a riprendere contatti con esponenti di altre chiese e confessioni. Angelo Giuseppe Roncalli aveva vissuto sino all'elezione a successore di Pietro nella ferma convinzione che occorre valorizzare "ciò che unisce", che è "molto più di ciò che divide" i cristiani. "Pronunzio innanzi a voi certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo diocesano per l'Urbe e di un Concilio generale per la Chiesa universale". Giovanni XXIII annunciava così il 25 gennaio 1959 la decisione di convocare un nuovo Concilio, a meno di novanta giorni dalla propria elezione a successore di Pio XII, nel corso di una breve allocuzione rivolta a un gruppetto di cardinali, riuniti nella basilica di S. Paolo fuori le mura (Lo stesso Giovanni XXIII non aveva forse ancora tutto chiaro o, comunque, non voleva sovraccaricare quel primo annunzio, d'altronde già sufficientemente dirompente, tanto più che non si rifaceva alla formula ormai classica secondo la quale i concili erano convocati per decidere in materia di "fede e costumi". Non ci si proponeva di condannare errori né di far fronte a minacce scismatiche. Era una delineazione tanto sintetica da suscitare incertezza in una opinione pubblica ecclesiale assuefatta piuttosto a ricevere "direttive"). Non era senza significato che papa Giovanni avesse scelto per l'annuncio proprio la liturgia conclusiva della settimana di preghiere per l'unità delle Chiese. Dopo avere invocato l'intercessione di Maria e la protezione dei Santi, il Papa dedicava due sole frasi agli scopi del Concilio: avrebbe dovuto essere "lume, edificazione e letizia di tutto il popolo cristiano", ma non meno amabile e rinnovato invito ai fedeli delle Chiese separate a partecipare con noi a questo convito di grazia e di fraternità, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra Questa affermazione suscitò scalpore e ci si chiese se il Papa proponeva un "Concilio di unione". A metà del mese di giugno dello stesso 1959 il Direttivo della Conferenza cattolica per le questioni ecumeniche, un periodico incontro informale di teologi cattolici (Cf. G. Alberigo, Agli albori dell'ecumenismo cattolico, in In factis mysterium legere. Miscellanea in onore di I. Rogger, a cura di E. Curzel, Bologna 1999, pp. 209-233), metteva in circolazione una "Nota sul ripristino dell'unità cristiana in occasione del prossimo Concilio", elaborata nelle settimane precedenti e inviata prima a numerosi vescovi e teologi e a tutti i padri conciliari più tardi. Questa densa e articolata nota contiene - piuttosto che suggerimenti per il Concilio - una "guida" operativa per iniziative della chiesa cattolico-romana in vista della riunificazione cristiana. Il coraggioso documento della Conferenza testimonia significativamente quanto il solo annuncio del Concilio avesse liberato e animato energie latenti. Anzi, benché la memoria fosse destinata soprattutto ai responsabili romani della chiesa, essa lascia vedere in filigrana istanze e suggerimenti destinati a riecheggiare nel lavoro conciliare. Né si può trascurare l'innegabile impatto che essa ha avuto nel clima pre-conciliare, contribuendo al consolidamento dell'area d'opinione favorevole a un impegno ecumenico. Il 5 giugno 1960 papa Roncalli, proseguendo nella sua intenzione d'unità, creò - del tutto - inattesamente tra le Commissioni preparatorie del Vaticano II anche un Segretariato per l'unità dei cristiani, che era un'assoluta novità nel panorama romano, perché istituzionalizzava una disponibilità e un proposito ecumenico e sottraeva al S. Uffizio la secolare competenza sulle relazioni con altri cristiani. Il Segretariato era inoltre destinato a svolgere un ruolo cruciale nella preparazione e poi nello svolgimento del Concilio. Anzitutto il Segretariato diede concretezza al desiderio del Papa che le altre Chiese cristiane fossero informate sul Concilio, prendendo l'iniziativa di contatti in tutte le direzioni perché le Chiese designassero loro "Osservatori" al Vaticano II. Parallelamente il Segretariato Bea - il biblista, gesuita tedesco che avrebbe servito e fiancheggiato il carisma ecumenico di Giovanni XXIII - elaborò un progetto di decreto sull'impegno della chiesa cattolica per l'unità dei cristiani che fu sottoposto al Concilio. Era una completa novità rispetto alla costante, secolare diffidenza cattolica per l'ecumenismo. Il testo del progetto partiva dagli sviluppi del Movimento ecumenico e cercava di tradurre in pratica la visione di una chiesa che si apriva al dialogo con i "fratelli separati". Il primo capitolo era dedicato al "mistero dell'unità", passando dall'idea dello scisma e dell'eresia al "mistero della divisione". Il secondo trattava dell'esercizio dell'ecumenismo e il terzo era dedicato alle relazioni con i cristiani separati: da una parte le "chiese" orientali" dall'altra, le "comunità nate nel XVI secolo", cioè i protestanti e gli anglicani. Il quarto capitolo trattava dell'atteggiamento del Cattolicesimo nei confronti delle religioni non cristiane, soprattutto degli ebrei, mentre il quinto era dedicato alla libertà religiosa. Entravano così nell'ordine del giorno del Concilio, insieme alla problematica dell'unità, due argomenti scottanti, anzi due "tabù" della tradizione romana: l'antisemitismo e la libertà di coscienza. Il respiro dell'ecumenismo giovanneo era veramente ampio! Il 18 novembre 1963 iniziò in Concilio la discussione del progetto stesso, rivisto da una commissione mista tra il segretariato per l'unità e la commissione conciliare per le chiese orientali. I cinque capitoli del testo esponevano i principi cattolici dell'ecumenismo, i criteri della loro attuazione, i rapporti della chiesa cattolica con le chiese orientali ortodosse e, più sinteticamente, con quelle nate dalla Riforma protestante, il significato del popolo ebraico nella storia della salvezza e, infine, tematizzavano lo scottante argomento della libertà religiosa. Era trasparente lo sforzo del testo, sottoposto ai vescovi convenuti a Roma, di elaborare un atteggiamento cattolico sul problema dell'unità della chiesa che, tenendo conto delle attese suscitate da Giovanni XXIII e dalla presenza al Concilio degli osservatori delegati dalle chiese non cattolico- romane, superasse l'intransigenza secolare, arroccata nello sterile auspicio di un "ritorno" a Roma dei "fratelli separati": gli scismatici (orientali), gli eretici (protestanti) e gli anglicani. Questo atteggiamento, non solo aveva isolato i cattolici dal movimento ecumenico, ma soprattutto aveva cristallizzato nella chiesa romana una fatalistica, passiva accettazione della divisione tra i cristiani come un "dato", la cui responsabilità era degli "altri": un fatto spiacevole, ma ineluttabile. Il testo, nel nuovo clima indotto da Giovanni XXIII e dalla celebrazione del Concilio, fu accolto abbastanza favorevolmente dai padri conciliari per la parte propriamente ecumenica, mentre gli ultimi due argomenti (ebrei e libertà religiosa) suscitarono violente opposizioni. Al riconoscimento del significato salvifico del popolo ebraico si opponeva non solo il tradizionale antisemitismo cattolico, ma anche la resistenza dei vescovi arabi o filo-arabi, i quali temevano che tale atto venisse sfruttato politicamente dai sionisti e dall'aggressivo, neonato Stato di Israele. La recente decisione di Giovanni XXIII di cancellare dalle invettive (improperia) della liturgia del venerdì santo la menzione del "deicidio" del popolo ebraico non aveva ancora modificato in profondità la mentalità cattolica. Anche la proposta di proclamare la libertà religiosa, non solo come rivendicazione dei diritti della chiesa cattolica, ma come riconoscimento della libertà di coscienza di ogni donna e di ogni uomo, suscitò inquietudini e trovò riserve profonde in vari settori dell'episcopato, forse anche a causa di una formulazione ancora teologicamente poco approfondita. Comunque lo schema ricevette il 21 novembre il voto che lo accettava come base di lavoro e lo rinviava alla commissio- ne per ulteriori perfezionamenti. Ma, il 19 novembre dell'anno successivo, il 1964, quando il progetto di decreto conciliare doveva giungere all'approvazione solenne, i padri conciliari furono informati che nel progetto - che aveva raccolto ampissimi consensi tra i vescovi (Il 5 ottobre 1964 tornò in Concilio lo schema, che pur raccogliendo ampissimi consensi rimase sepolto sotto una valanga di richieste di emendamenti, quasi 2000, che resero necessario un nuovo periodo di elaborazione in commissione) - erano state introdotte "per via di autorità" una ventina di modifiche. Ciò, dato che si era ormai alla vigilia della sessione pubblica, poneva l'assemblea conciliare nella condizione di rifiutare tutto lo schema o di accettare le modifiche, rinunciando a discuterle. Si trattava di modifiche - richieste da Paolo VI -, che tendevano a sfumare il testo, riducendone la portata ecumenica, con inevitabile delusione non solo per molti vescovi, ma soprattutto per gli osservatori. Tuttavia, malgrado le pesanti ombre dei giorni precedenti, nella sessione solenne del 21 novembre 1964 - proprio quaranta anni fa - fu solennemente approvato il decreto sull'ecumenismo "Ristabilimento dell'unità" (Unitatis redintegratio che ottenne ben 2137 voti favorevoli e solo 11 contrari). Il decreto faceva felicemente uscire il cattolicesimo da una secolare latitanza rispetto all'impegno per la ricostituzione dell'unità cristiana, riconoscendo che le divisioni contraddicono apertamente alla volontà del Cristo e sono di scandalo al mondo e danneggiano la santissima causa della predicazione del vangelo a ogni creatura (Proemio) erano espressioni che sembravano impossibili anche solo pochissimi anni prima. Era particolarmente significativa la delineazione di un modello di unità dei cristiani fondata, invece che sull'uniformità e sull'assorbimento, sulla varietà dei carismi e sulla complementarità delle tradizioni (cap. I - Principi cattolici sull'ecumenismo). Secondo questo spirito si riconosceva la necessità di superare la contrapposizione dei rispettivi sistemi dottrinali, accettando che modo e metodo di enunciare la fede possano essere diversi nella complementarità e che le verità della dottrina cristiana abbiano gradi differenziati di prossimità al nucleo della rivelazione: il principio della "gerarchia delle verità" (§11 - cap. II - Esercizio dell'ecumenismo). Il Vaticano II riprendeva così l'indicazione data da Giovanni XXIII nel discorso di apertura dei lavori, quando aveva affermato che era necessario fare ricorso alle "forme della indagine e della formulazione letteraria" elaborate dal pensiero moderno per esprimere la fede. L'inveterata impostazione secondo la quale l'unità si sarebbe realizzata mediante il "ritorno" degli "eretici" e degli "scismatici" alla chiesa romana risultava, finalmente, disattesa. Era particolarmente significativa la delineazione di un modello di unità fondata, invece che sull'uniformità e sull'assorbimento, sulla varietà dei carismi e la complementarità delle diverse tradizioni (cap. III - Chiese e comunità ecclesiali separate dalla sede apostolica di Roma). É in questo contesto che si afferma la qualifica delle "altre" chiese come chiese "sorelle" (J. Meyendorff, Églises soeurs. Implications ecclésiologiques du "Tomos Agapis", Istina 20 (1975) pp. 35-46 e anche D. Sicard, L'utilisation de l'expression "Églises soeurs" dans les dialogues de 1962 à 1997 entre Église orthodoxe et Église catholique, in Catholiques et Orthodoxes: Les Enjeux de l'Uniatisme. Dans le sillage de Balamand, Paris 2004, pp. 343-355 e nel medesimo volume H. Legrand, l'ecclésiologie des églises soeurs, clé de la Déclaration de Balamand, a-t-elle plein droit de cité dans l'église catholique?, pp. 357-400). Inoltre il Segretariato per l'unità si é trovato impegnato nell'elaborazione di tutti i principali schemi conciliari (Cf. M. Velati, Una difficile transizione. Il cattolicesimo tra unionismo ed ecumenismo, 1952-1964, Bologna 1996). Ciò ha consentito di giungere a testi attenti alle problematiche dell'unità, anche quando non erano direttamente di portata ecumenica. Si può affermare che i partecipanti al Vaticano II hanno vissuto un'esperienza di comunione "cattolica" nel significato originario e plenario della parola. In molte circostanze gli Osservatori hanno dato un contributo decisivo ai lavori e, ancor più, al clima spirituale del Concilio. L'impulso che il Concilio ha espresso va anche al di là della portata profondamente innovativa del decreto sull'ecumenismo. É un impulso a cercare e a costruire attivamente l'unione tra i cristiani: un impegno radicalmente evangelico e pertanto prioritario, che condiziona profondamente l'immagine stessa della fede cristiana nel Terzo Millennio.

continua: Valorizzare il patrimonio comune

(VIATOR/Gennaio 2005)



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