1
- Nel 1963 Lei a 40 anni entrava al Concilio Vaticano
II. Come ha vissuto questa esperienza?
R. - E' stata una grande esperienza, devo dire una grande
grazia; è stata l'esperienza della Chiesa cattolica,
universale, con la presenza attiva di vescovi di tutte
le razze e di tutte le culture. Ed io, vescovo giovane,
mi rendevo conto che, se ufficialmente ero un Padre,
vi entravo come un alunno. Un noto vescovo italiano
ha spesso ripetuto che il Concilio è stato il
suo secondo Seminario
2
- C'è un fatto che ricorda in modo particolare?
R. - Non posso dimeticare di essere stato involontariamente
un piccolo protagonista quando, nel punto più
alto della fervida discussione sulla collegialità
episcopale, mi trovai - ad appena una settimana dalla
mia ordinazione episcopale - a dover leggere - con una
piccola inquadratura aggiunta - un intervento preparato
da esperti (ed erano don Dossetti ed il prof. Alberigo)
per il Card. Lercaro e che lui, per motivi contingenti,
non si sentì di leggere. Ne ricevetti perfino
un applauso!
3
- Da allora sono passati più di 40 anni. Che
giudizio dà oggi di quel grande avvenimento?
Che cosa ha cambiato di fatto nella Chiesa?
R. - Il Concilio ha portato molte innovazioni, innestate
dalla quattro Costituzioni: da una più diffusa
lettura della Bibbia (Cost. "Dei Verbum"),
ad una maggiore partecipazione alla liturgia (Cost.
"Sacrosanctum Concilium). Così la collegialità
richiamata per i vescovi intorno al Papa si allarga
ad una maggiore comunione all'interno del popolo di
Dio, facendo risaltare la corresponsabilità del
laicato (Cost. "Lumen gentium"). E si è
invitati a guardare con fiducia e a collaborare con
impegno al cammino terreno dell'umanità (Cost.
Gaudium et spes"). Si potrebbe pensare anche al
risalto dato al valore della coscienza riaffermando
il valore della libertà religiosa, o alla sollecitazione
rivolta all'ecumenismo.
4
- Lei al Concilio ha incontrato Helder Camara. Che ruolo
ebbe il vescovo brasiliano durante il Vaticano II?
R. - Conobbi dom Helder Camara soprattutto negli incontri
informali sulla Chiesa dei poveri. Dom Helder non ha
mai parlato nell'aula, ma è stato attivissimo
nel sollecitare l'attenzione sul mondo del sottosviluppo
e sul compito della Chiesa di farsene portavoce e sostenitrice.
Lo documentano le lettere che scriveva alla sua comunità
di Rio de Janeiro (elaborate nella sua preghiera di
tutte le notti) e che costituiscono un interessantissimo
Diario del Concilio (in italiano: "Roma, due del
mattino" Ed. S. Paolo).
5
- Qual è l'eredità che Camara ha lasciato
alla Chiesa?
R. - Camara ha richiamato alla Chiesa ed ha portato
nel mondo l'appello a farsi interprete della maggioranza
dell'umanità, condannata al sottosviluppo dall'egoismo
dei popoli più fortunati. Se Giovanni Paolo II
è giunto a dire che il nuovo nome della pace
è la solidarietà, lo si deve anche ai
profeti del nostro tempo come dom Helder Camara.
6
- Per qualcuno Lei è stato un Vescovo progressista.
Ma come scriveva Ratzinger nel Rapporto sulla fede con
Messori, non ci sono vescovi progressisti o conservatori.
Il cristiano è prima di tutto missionario. Che
cosa ne pensa?
R. - Il Card. Ratzinger (oggi Papa Benedetto XVI) aveva
ragione: il cristiano (e tanto più il vescovo)
è prima di tutto missionario, ovviamente nel
proprio tempo. Leggendo che Gesù chiedeva ai
suoi discepoli, inviati in missione (v. Lc 10, 9-10):
"Mangiate quello che vi sarà offerto, guarite
i malati chi vi si trovano e dite loro: E' vicino il
regno di Dio", ne concludevo che l'evangelizzazione
(l'annuncio del regno) va preparata con la condivisione
della vita e con lo spirito del servizio, dei cristiani
e della Chiesa intera. Vorrei notare che "tradizione"
viene dal latino "tradere", cioè trasmettere,
e non significa non cambiare, ma anzi saper capire come
bisogna innovare la presentazione per accogliere le
verità perenni.
7
- Lei ha seguito da vicino per diversi anni attraverso
Pax Christi l'impegno dei cristiani per la pace. Che
cosa la muoveva in quegli anni?
R. - Ero stato inserito in quel Movimento dai miei superiori
ed è da quei giovani che ho imparato come va
vissuta e presentata la pace, che è - accanto
alla "gloria di Dio" - il grande compito della
Chiesa e del cristiano. E Papa Giovanni ce l'aveva spiegato
nella "Pacem in terris", l'Enciclica che ha
sospinto la Chiesa a quella missione, che papa Giovanni
Paolo II, nella "Sollicitudo rei socialis",
ha identificato come espressione attuale della carità.
8
- Che cosa deve fare, nel campo della pace, la comunità
cristiana per non essere strumentalizzata sul piano
politico?
R. - La "Pacem in terris" ci ha dato le direttive
dell'impegno: richiamare il valore, al di là
delle varie discriminazioni, di ogni persona umana,
e quindi rivendicare il diritto di ogni individuo e
di ogni popolo a quanto è indispensabile per
una vita dignitosa. Questo comporta il rispetto e la
promozione per la libertà di ciascuno e di tutti,
riconoscendo che la solidarietà non significa
elemosina ma impegno di chi ha maggiori possibilità
per promuovere i diritti dei più deboli. Sono
principi radicati nel Vangelo: se ci richiamiamo chiaramente
al Vangelo eviteremo il rischio della strumentalizzazione.
Certo - diceva il carissimo mons. Tonino Bello - per
"annunciare" dobbiamo anche avere il coraggio
di "denunciare", ed accettare anche il rischio
di "rinunciare".
+ Luigi Bettazzi
Vescovo emerito di Ivrea