Concilio Vaticano II
 

INTERVISTA A MONS. BETTAZZI
SULL'ESPERIENZA CONCILIARE

di Luigi Bettazzi

(Eremo S. Pietro alle Stinche)

Il 25 gennaio 1959, papa Giovanni XXIII annunciava a un piccolo gruppo di cardinali convocati per l'occasione presso la Basilica di S. Paolo fuori le Mura l'intenzione di convocare un Concilio ecumenico. I cinquant'anni che ci separano da quell'annuncio davvero sorprendente sono senza dubbio un invito a fare, per così dire, il punto sull'evento conciliare, sulla sua ricezione, sul cammino che la Chiesa ha compiuto a partire da quegli anni, su quanto resta ancora da fare per attuare effettivamente quello che lo Spirito ha detto alle Chiese attraverso il Concilio ecumenico Vaticano II.

Ne abbiamo parlato con due figure indubbiamente significative proprio della Chiesa del Concilio: mons. Luigi Bettazzi, il vescovo italiano più giovane che ha partecipato ai lavori conciliari, e ne è poi stato testimone intelligente e appassionato, e mons. Alberto Ablondi, ordinato vescovo meno di un anno dopo la fine del Concilio (1 ottobre 1966), e che si è sforzato, nel corso di tutto il suo lungo ministero episcopale a Livorno, di tradurre in azione pastorale la nuova prospettiva indicata dal Vaticano II.


1. Le è stato chiesto tante volte, ma crediamo sia opportuno farlo di nuovo, anche in riferimento al libro da lei recentemente pubblicato insieme ad Aldo Maria Valli, Difendere il Concilio (S. Paolo 2008): quale clima si respirava nella Chiesa durante i lavori del Concilio e all'indomani della sua conclusione? E perché oggi ritiene che sia necessario difendere il Concilio?

R. - Vorrei subito precisare che il titolo "Difendere il Concilio" l'ho trovato a libro pubblicato. L'avevo ipotizzato per il mio primo libro sul Concilio, poi lo scartai perché troppo...provocatorio (il titolo fu "Il Concilio Vaticano II, Pentecoste del nostro tempo"). In realtà il clima al di fuori del Concilio era allora di molta speranza: in un mondo che sentiva il bisogno di forti mutamenti (che scoppiarono poi tra i giovani e gli operai nel 1968 e nel '69), un cambiamento nella Chiesa - l'organizzazione più estesa e massiccia del mondo - dava a tutti il primo annuncio di novità.
Al di dentro dell'Assemblea era evidente la tensione tra quanti - ed erano la maggioranza - spingevano per il rinnovamento e quanti invece - minoranza, ma agguerrita ed autorevole - si appellavano alla tradizione per frenare la riforma. Finito il Concilio la minoranza potè emergere anche forse per gli eccessi di chi, in nome del Concilio, portava avanti trasformazioni sostanziali. I Papi, per mantenere doverosamente l'unità della Chiesa, hanno dovuto tener conto anche di questa minoranza, forse anche fisicamente più vicina a loro; e questo può aver dato l'impressione che si volesse attaccare il Concilio e che quindi lo si dovesse "difendere".

2. Se dovesse presentare il nucleo dell'evento conciliare a un nostro contemporaneo, quali sarebbero i punti chiave che gli indicherebbe?

R. - Un elemento fondamentale fu il cambio di prospettiva proposto da Papa Giovanni, che lo volle, più che come Concilio "dogmatico", come Concilio "pastorale", partendo cioè non dalle definizioni di verità da credere (dogmi) bensì dalla mentalità e dalle attese della gente d'oggi per portarle ad accogliere le verità della fede. Questo è stato riproposto anche di recente come pretesto per non accettarlo ("è stata solo un'Assemblea pastorale!"...); mentre invece ha portato a valutare e perseguire le verità di sempre in modo nuovo (o, forse, nel modo originario). Pensiamo ad esempio alla fede, prima spesso valutata secondo l'estensione delle verità credute, oggi invece commisurata secondo l'adesione alla Parola di Dio, o alla Liturgia, a cui prima si "assisteva" e oggi si "partecipa". Credo che i punti chiave del Concilio siano da individuare nelle quattro Costituzioni: rivalutazione della Parola di Dio (Costituzione "Dei Verbum"), vitalità della liturgia ("Sacrosanctum Concilium"), una Chiesa misurata sulla comunione a tutti i livelli ("Lumen gentium") e aperta con simpatia a tutta l'umanità ("Gaudium et spes").

3. A giudizio di molti autorevoli studiosi del Concilio, non ultimo lo stesso Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, il Vaticano II è stato principalmente un Concilio sulla Chiesa. Come descriverebbe la Chiesa prima e dopo l'evento conciliare?

R. - Il discorso sulla Chiesa partiva un tempo dalla sua struttura gerarchica, anche come conseguenza dei dibattiti prima con i Riformatori protestanti, poi con il laicismo degli Illuministi. Il Concilio la fa partire invece dal mistero stesso di Dio e da Gesù Cristo, con una priorità del popolo di Dio di cui la gerarchia è al servizio ("ministero"). La Chiesa risulta così fermento (il termine tecnico è "sacramento") della salvezza che Gesù Cristo è venuto a portare a tutta l'umanità, e lo è - nel mondo che il peccato originale spinge agli individualismi e agli egoismi - proprio testimoniando e portando l'amore e la comunione a tutti i livelli.

4. C'è stato davvero uno "spirito del Concilio", che andava oltre i documenti che esso ha alla fine promulgato? E se sì, come si potrebbe e dovrebbe fare per permettere a questo spirito di circolare di nuovo nel nostro mondo ecclesiale?

R. - Credo che lo spirito del Concilio fosse una grande fiducia nello Spirito Santo che si serve, sì, della garanzia gerarchica, ma come conclusione di una maturazione la più estesa possibile. Tutte le novità realizzate nella lunga storia della Chiesa sono state autorizzate dalla gerarchia ma sono nate sempre - come si suol dire - dalla "base"

5. Lei ha parlato del Concilio come di una "rivoluzione copernicana", in due prospettive principali: una Chiesa che arriva finalmente a comprendere di non avere il mondo al proprio servizio, ma di doversi mettere lei stessa a servizio del mondo; una Chiesa, poi, che riscopre la centralità della missione dei laici. A che punto siamo con questa rivoluzione? È stata veramente compresa e attuata nella vita della Chiesa?

R. - E' Stata criticata l'indicazione di "rivoluzioni copernicane", ma credo che sia da riconoscere la realtà di una Chiesa non monopolizzatrice della salvezza: "extra Ecclesiam nulla salus" non vuol dire che non ci si salva al di fuori dei confini istituzionali della Chiesa, bensì che non ci sarebbe per l'umanità una speranza concreta di miglioramento (di salvezza) se non ci fosse la Chiesa.
Le "rivoluzioni" sono iniziate, ma il cammino è lungo e faticoso, dopo due millenni di monopolio della salvezza e di pratica identificazione della Chiesa con la gerarchia.

6. È noto che il Concilio ha pronunciato una sola condanna grave, nei confronti della guerra totale (cfr. GS 80). Quanto ancora attende di essere compresa e sviluppata la "teologia della pace" che il Concilio ha elaborato particolarmente nella costituzione Gaudium et Spes? E non le pare che il primato della pace sia anche un invito a modificare tanti nostri atteggiamenti all'interno e anche al di fuori del mondo ecclesiale?

R. - Al Concilio c'era chi chiedeva una condanna assoluta della guerra, di ogni forma di guerra. Ricordo le pressioni in tal senso del Movimento per la Chiesa dei poveri, guidato da Paul Gauthier, ma anche interventi di Cardinali (come il francese Feltin o l'olandese Alfrink, che - lo venni a conoscere in seguito - erano il Presidente in carica ed il futuro Presidente di Pax Christi, il Movimento cattolico internazionale per la pace). Ma c'erano forti resistenze; ricordo in particolare l'Arcivescovo di New York, il Card. Spellman, che era l'Ordinario militare degli Stati Uniti d'America, allora in guerra in Vietnam, ci supplicava di "non pugnalare alle spalle i soldati americani che in Estremo Oriente stavano difendendo la civiltà cristiana!".
E' vero che insistendo, ad esempio, sulla morale sessuale si coinvolgono le singole persone, che poi potranno comportarsi individualmente come credono; mentre prendendo posizioni sulla guerra si valutano comportamenti sociali che possono identificarsi in scelte politiche. E allora ci si limita più facilmente a dichiarazioni generali (o generiche) che non compromettono. Per scendere ad esempi concreti vedo come l'atteggiamento nei confronti dell'aborto risulti disciminante, in campagne elettorali e nelle simpatie ufficiali delle gerarchie, e non lo sia quello nei confronti della guerra. Eppure si sta facendo un cammino notevole se i due ultimi Papi hanno proposto come tipica del cristiano la nonviolenza attiva! Forse non pensiamo abbastanza che i due motivi dell'Incarnazione (e quindi...della Chiesa) sono la "gloria di Dio" in tutto il creato (fino ai suoi vertici, l' "alto dei cieli") e la "pace in terra" perché Dio ama tutti gli esseri umani.

7. Qualcuno ha affermato che se non ci fosse stato il concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica avrebbe corso il gravissimo rischio di soccombere di fronte alla cultura contemporanea. Più che risposte, potremmo dire, il Concilio ha indicato un metodo, che è quello della comunione e della collegialità. Secondo lei, quanta strada resta ancora da fare per realizzare una Chiesa autenticamente conciliare?

R. - "Già e non ancora" è sempre l'ultimo capitolo di ogni mio libro sul Concilio. Il Concilio c'è stato, grazie all'ispirazione divina, alla fiduciosa intuizione di Papa Giovanni ed alla perseverante attenzione di Papa Paolo. Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto parteciparono al Concilio, l'uno come vescovo di Cracovia, l'altro come teologo dell'Arcivescovo di Colonia. Il primo forse si è ispirato molto alla "Gaudium et spes", di cui era stato uno degli elaboratori in Commissione, l'altro sarà forse chiamato ad aprire la Chiesa alla collegialità, anche in sintonia con il forte discorso fatto in Concilio dal Cardinale di Colonia, ma preparato appunto dal suo teologo, Joseph Ratzinger.



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