Concilio Vaticano II
 

SE CAMBIA LA CHIESA, PUO' CAMBIARE TUTTO

di Luigi Bettazzi


Il paese di Albiano lo si scorge da lontano. Appena usciti dall'autostrada per Ivrea ed Aosta. Abbarbicato ai piedi della collina. Il Castello è sopra. Da uno dei suoi terrazzi si vedono i tetti del paese. Una parte dell'edificio è abitata da alcune famiglie che vivono in comunità. Sono aggregati ad un gruppo di volontariato, il Cisv. Hanno riservato qualche stanza per accogliere chi partecipa ad incontri, riunioni, ritiri. Condividono in comune i pasti e le spese per il mantenimento della struttura. Ogni famiglia ha, poi, il suo spazio all'interno dell'edificio. C'è una profonda consapevolezza, sia della ricchezza della loro esperienza, sia delle difficoltà che devono affrontare. Monsignor Luigi Bettazzi vive dall'altra parte del cortile. Sul balcone della cappella che si affaccia sul paese è appesa una bandiera arcobaleno con la scritta: "non violenza". Ci fa osservare, divertito, che il parafulmine sulla torre è a forma di pastorale. Ha una straordinaria somiglianza con l'attore George C. Scott. Affabile. Accogliente. Sotto il portico veniamo accolti dal profumo della lavanda distesa ad essiccare. Monsignor Bettazzi è vescovo emerito di Ivrea. Spesso è stata una voce un po' "fuori dal coro". In occasione dell'ultima Assemblea annuale della Cei, "a cui" - come scrive - "ritengo opportuno non partecipare", ha inviato una lettera, anticipata sulla rivista "Mosaico di Pace" (organo di Pax Christi). Una riflessione sulle questioni sociali, ma anche politiche del nostro paese. "Mi chiedo come possiamo meravigliarci che i giovani si frastornino nelle discoteche o nella droga, si associno per violenze di ogni genere, si esaltino nel bullismo, quando gli adulti, anche quelli che si proclamano "cattolici", nel mondo economico e in quello politico danno troppo spesso esempio di arrivismo e di soprusi, giustificano la loro illegalità ed esaltano le loro "furberie", e noi uomini di Chiesa tacciamo per "non entrare in politica", finendo con sponsorizzare questo esempio deleterio, che corrompe l'opinione pubblica e sgretola ogni cammino di sana educazione. Ci stracciammo le vesti quando all'on. Prodi scappò detto che non aveva mai sentito predicare l'obbligo di pagare le tasse; ma avremmo dovuto farlo altrettanto quando altri invitavano a non pagarle...". Monsignor Bettazzi ha partecipato a tre sessioni del Concilio Vaticano II. Ha pubblicato di recentemente un libro: "In dialogo con i lontani - Memorie e riflessioni di un vescovo un po' laico (Ed. Aliberti).

E' vero che lei era il più giovane vescovo del Concilio?

No. Certamente ero il più giovane vescovo italiano. Forse anche europeo. C'erano, però, anche vescovi dell'America Latina più giovani di me. In Africa c'era un vescovo del Camerun che aveva quattro anni meno di me.

Era, comunque, molto giovane come vescovo?

Si, non avevo neanche quaranta anni. Quest'anno, tra l'altro, compio quarantacinque anni di episcopato. Posso dire, quindi, di aver vissuto più da vescovo, che da uomo.

Al tempo del Concilio era ausiliario del vescovo di Bologna, monsignor Giacomo Lercaro.

Esatto. In quel momento il cardinale Lercaro era uno dei quattro moderatori del Concilio. Aveva come segretario Giuseppe Dossetti, che svolgeva questo ruolo per tre moderatori. Era molto coinvolto nelle questioni del Concilio, ed era un prezioso aiuto per Lercaro.

Lei tenne anche un discorso durante il concilio?

Il cardinale Lercaro doveva pronunciare un intervento sulla collegialità, con un discorso preparato da Giuseppe Alberigo e da Dossetti. Questi sapevano che la vitalità della Chiesa era legata ai concili ecumenici. Il tema della collegialità era di grande attualità: il papa era il papa, lo era, però, come capo del collegio dei vescovi, mentre, soprattutto dopo il Vaticano I, la Chiesa risultava una monarchia assoluta. Il mio discorso fu molto apprezzato. Ebbi perfino il battimano, tanto era ben fatto. (Lo posso dire perché non lo avevo scritto io).

Si dice che tutti stavano già mettendo via le carte, poi, ad un certo punto si zittirono per ascoltarla.

Si è vero. Questo dimostra l'importanza dei moderatori. Le racconto come accadde che, alla fine, fui io a fare quell'intervento. Ogni venerdì io rientravo a Bologna. Era giovedì ed ero seduto in fondo alla navata di San Pietro, all'ultimo posto (ci si sedeva, infatti, per ordine di nomina). Risalii fino al cardinale Lercaro (stava presso il tavolo dei moderatori) per salutarlo e dirgli che rientravo a Bologna. In quel momento stava discutendo con il cardinale Suenens, che lo invitava a tenere questo discorso sulla collegialità. Lercaro esitava, perché aveva già parlato alcuni giorni prima e, poi, era un moderatore. Il cardinale Suenens gli suggerì di trovare un vescovo italiano che lo facesse al posto suo. Non era facile, però, trovare un vescovo italiano disposto a parlare su quell'argomento. "Lo faccia fare all'ausiliare", suggerì il segretario. Lercaro mi disse: "se a lei va bene…". Risposi: "Eminenza, telefono a Bologna che non rientro". Mi diedero il materiale del discorso. Padre Vagaggini, un benedettino che poi è morto a Camaldoli, mi passò anche qualche suggerimento. Tutto il pomeriggio rielaborai l'intervento ad al mattino dopo mi iscrissi per parlare. Sono stato l'ultimo a parlare. Un vescovo francese, mio amico, mi disse: "sono contento che abbia fatto tu l'intervento", anche se, nelle prenotazioni, ero prima di te ed io non ho parlato!"

Quale era la tesi che sosteneva?

Sostenevo che la collegialità è nella tradizione della teologia romana e che, quindi, quelli che sono contrari alla collegialità sono contrari alla tradizione romana. Questi, compreso monsignor Dino Staffa, affermavano che sostenere la collegialità voleva dire togliere il primato del papa, perché collegium, per i romani, era una assemblea di uguali. Io finii il mio discorso con il suggerimento di padre Vagaggini: "Quanto alla parola collegium - dissi - se è vero che la preghiera esprime la fede, prendiamo la liturgia di san Mattia: "Signore tu hai unito Mattia al collegio degli apostoli". Questo dovrebbe bastare. Fu a quel punto che mi batterono le mani. C'era stato un altro discorso a favore della collegialità, tenuto dal cardinale Joseph Frings di Colonia, ma preparato dal suo teologo, Joseph Ratzinger. Erano stati due discorsi importanti su questo tema. Tant'é vero che, quando Ratzinger è diventato papa, andai alla Cei e lui volle salutare tutti i vescovi. Mi misi in fila e quando arrivò il mio turno dissi: "sono Bettazzi, emerito di Ivrea". E lui mi rispose: "il Concilio, eh!" Aveva ancora in mente il Concilio e la collegialità che aveva difeso.

Il teologo Marie-Dominique Chenu afferma che il concilio è paragonabile ad una rivoluzione copernicana.

A due rivoluzioni, non ad una sola. La prima era che la Chiesa non stava più al centro dell'umanità, ma si poneva al servizio del mondo. La seconda è che dentro la Chiesa la gerarchia è al servizio del popolo di Dio.

Lo condivide pianamente questo?

Certamente. Ho scritto anche un libro sul Concilio. Benedetto XVI, appena nominato papa, ha affermato che ci sono due interpretazioni del Concilio: una di continuità ed una di discontinuità. L'officina bolognese, quella di Dossetti ed Alberigo, veniva accusata di parlare di discontinuità, mentre non poteva esserci discontinuità nella Chiesa, perché al suo interno non ci possono essere rivoluzioni. Papa Giovanni disse che questo Concilio non doveva essere di tipo dogmatico, ma pastorale. Allora ha ragione papa Benedetto: il Concilio esprime continuità dogmatica, ma discontinuità pastorale.

Quali sono state le novità fondamentali del Concilio?

Le quattro costituzioni. "Dei verbum": la parola di Dio non fornisce i dogmi da credere, ma è Dio che ti parla. Quella è la lingua con la quale Dio parla all'umanità. Se si va in Inghilterra e vuoi parlare con gli inglesi devi parlare la loro lingua. Allora, se vuoi parlare con Dio, devi sapere qual è la lingua con la quale Dio si rivolge agli uomini. La fede non è un sapere, ma è dire di sì a Dio che ti sta parlando. Questa è già una grande rivoluzione. La seconda è la liturgia: "Sacrosanctum Concilium". Prima si assisteva alla messa, perché era lo strumento per garantire la "presenza reale" di Cristo. Poi si pregava davanti a questa presenza. L'importante era la transustanziazione. Tanto è vero che per pregare si diceva il rosario. Adesso, invece, ci si rende conto che la messa è la nostra preghiera. E' addirittura la presenza di Cristo che prega. Gesù è morto in atteggiamento di preghiera: "Padre nelle tue mani offro la mia vita. …Padre perdona loro …" Tu, quindi, vai ad unirti a Lui, perché anche la tua vita diventi preghiera. Lui ti dà lo Spirito Santo perché tu possa avere la capacità di pregare il Padre e donarti agli altri. Ecco la partecipazione alla liturgia. "Lumen gentium": la Chiesa non è la gerarchia che distribuisce la grazia, quasi una stazione di servizio (mi fa un battesimo, mi fa una cresima, mi fa un matrimonio, ecc.). Ma Chiesa è il popolo di Dio, coloro che cercano di vivere la vita nella grazia, nell'amore e vogliono portare l'unità nel mondo. La gerarchia è al servizio, è un ministero. Non afferma delle verità perché gli altri le "comprendano", ma per aiutare il popolo di Dio ad essere profetico, a vivere la vita di fede.

C'è stata anche la Gaudium et spes.

La Gaudium et spes è stata il documento più innovativo del Concilio, perché ci richiama alla realtà soprannaturale che si trova anche al di fuori dei confini della Chiesa. Ha fatto tanto clamore il ripristino della messa in latino; ma i giornali non hanno parlato della firma che Benedetto XVI nel gennaio del 2007 ha messo sul documento dei teologi internazionali dove si afferma che il limbo non esiste. Lo avevamo proposto perché, se i bambini senza battesimo non potevano essere mandati in paradiso, non volevamo nemmeno mandarli all'inferno. Ho scritto un altro libretto intitolato "Chi crede, in Cristo sarà salvo", con la virgola dopo "chi crede". E' Cristo che permette di salvarsi, ma l'importante è credere. Uno può anche parlare di Gesù Cristo e poi servirsene per i propri interessi: quello non è credere. E' stata la Pacem in terris che ha spinto in questa direzione. Ricordo quando arrivai come neo-vescovo nel 1963, e gli altri vescovi erano perplessi. Si chiedevano: ma come, un papa fa una enciclica senza dirci niente? Per la prima volta non trattava un tema religioso, ma un valore umano come la pace. E, poi, era indirizza non solo ai cristiani, ma a tutti gli uomini di buona volontà. Era la Chiesa che si apriva. Tutti questi temi sono stati ripresi dalla costituzione Gaudium et spes, così nuova, che non sapevamo nemmeno come chiamarla. C'erano sedici documenti e per un anno intero l'abbiamo chiamata lo "schema diciassette" e poi, quando i documenti sono stati ridotti a dodici, fino alla fine è stata lo "schema tredici". Quando venne messa in discussione, la minoranza, che era composta dal gruppo internazionale guidato da monsignor Lefevbre (a cui partecipavamo molti vescovi del nord America, molti italiani, quasi tutti gli spagnoli e tutti i polacchi), notò che questa dichiarazione era troppo ottimistica, troppo naturalista: dove va a finire Gesù Cristo? Noi, però, non l'abbiamo cambiata. Abbiamo solo inserito alla fine di ogni capitolo il motivo di fede. Così il valore dell'essere umano vale per ogni essere umano, tanto più per il cristiano, il quale sa che Dio si è fatto uomo. Il valore della famiglia vale per ogni famiglia, tanto più per un cristiano. C'è il motivo di fede, ma poi è necessario tradurlo. Il Concilio ha voluto indicare quali sono i valori umani, che valgo per tutti gli uomini, tanto più per un cristiano. E questa è la rivoluzione copernicana della chiesa per il mondo.

Da dove è scaturito questo spirito nel concilio?

Papa Giovanni sapeva che il Concilio era una cosa molto importante. Aveva girato il mondo e sapeva come era fatta la Chiesa. C'è un piccolo episodio che posso raccontare. Nel 1951 andai a Parigi per cercare di imparare un po' di francese. Il mio cardinale di Bologna mi disse: "Vai a Parigi a salutare il Nunzio, che è un bravo uomo". Andai a salutare il Nunzio, che era davvero "un bravo uomo". Era monsignor Roncalli. Fu molto gentile e mi invitò anche a pranzo. Mi disse: ma lei ha degli hobby? "Eccellenza - risposi - ho appena cominciato ad insegnare, è già molto se riesco a prepararmi bene per la scuola. "Io" - ribadì - "ho due hobby. Il primo sono i libri antichi. Se i miei colleghi vogliono farmi qualche regalo, mi regalano qualche libro antico". Ne aveva almeno un trentina. "Questa è la prima edizione della Filotea di San Francesco di Sales, questo è Voltaire, questo è Rousseau e così via". Il secondo hobby era quello di raccogliere le visite pastorali di San Carlo Borromeo alla diocesi di Bergamo. Pubblicò ben cinque volumi. Cosa faceva San Carlo Borromeo? Portava il Concilio di Trento nelle diocesi. Roncalli, ancor prima di diventare papa, si rendeva conto dell'importanza di un Concilio per il rinnovamento della Chiesa. Per questo lo ha indetto "a sorpresa". Perché sapeva che, diversamente, sarebbe finita come per Pio XII, che lo voleva avviare, ma poi lo hanno dissuaso. Non ha, quindi, detto nulla a nessuno. Lo ha annunciato e, quando è stato reso pubblico, bisognava realizzarlo.

Lei ha partecipato anche alla sua preparazione?

Sì, ho potuto seguire anche la fase preparatoria dei documenti. Un giorno papa Giovanni aveva chiesto al cardinale Lercaro: "come va la preparazione al Concilio?". "Come faccio a saperlo" - rispose Lercaro - "non ho nessuno dei mie preti nella commissione preparatoria". "Mi dia dei nomi". Io ero in seminario e diedero anche il mio nome. Così mi trovai nella commissione, con padre Yves Congar e con gli altri. Vennero preparati 72 documenti e papa Giovanni era soddisfatto di questo risultato. C'era il rischio, però, che i lavori si concludessero come per il sinodo romano, dove i documenti, discussi in soli tre giorni, erano stati poi votati ed approvati, ma nessuno li ricorda più. Quando si sono ritrovati nel Concilio i vescovi si sono chiesti se era davvero necessario convocare un Concilio. I documenti preparatori erano la migliore sintesi del passato, ma loro volevano guardare al futuro. C'era chi aveva già da tempo portato avanti, faticosamente, dei discorsi nuovi sulla Bibbia, sulla riforma liturgica e sull'ecumenismo. Quando il cardinale Mercier di Malines negli anni venti aveva cominciato ad incontrasi con l'anglicano Lord Halifax, la curia glielo aveva proibito. Questi precursori, che avevano sostenuto idee innovative, quando si ritrovarono nel Concilio influenzarono decisamente i lavori. Noi vescovi siamo stati i primi convertiti dal Concilio, in quanto alla fine ci siamo ritrovati arricchiti con idee che, entrando, non avevamo. Questa è stata l'importanza del Concilio.

La collegialità?

Sì, la collegialità. Ma non solo. E' stato il maturare dei fermenti che c'erano nella Chiesa. Il Vaticano II, poi, era il ventunesimo concilio. Ma è stato il primo antropologicamente ecumenico. Perché nei primi erano presenti tutti i vescovi dei dintorni di Costantinopoli, nei successivi i vescovi del Mediterraneo. A Trento c'erano tutti vescovi latini, nel Vaticano I erano stati convocati i vescovi di tutto il mondo, ma erano europei, anche quelli provenienti dagli altri continenti. Nel Vaticano II per la prima volta c'erano dei vescovi africani e asiatici.

Lei lo ha definito una Pentecoste.

Sì, l'ho chiamato Pentecoste. Per le tante voci che si mettono insieme ed ognuno parla la sua lingua. Ricordo un vescovo del Burundi, morto un paio di anni fa, che mi era rimasto amico. Diceva: "con voi europei non si può parlare. Uno solleva un problema teologico e voi rispondete: leggi il Concilio di Orange, 529; un altro propone un'idea, e voi: già discusso nel Concilio di Firenze, 1452. Avete risolto tutto! Pensa che il primo missionario cattolico è arrivato nella mia tribù quando avevo quindici anni. Eravamo tutti animisti. Per questo noi guardiamo al futuro!". Ricordo, però, che c'era anche qualcuno che riferendosi al Concilio, affermava: aspettate che finisca e, poi, ci riprendiamo in mano tutto.

Perché c'era questa forte opposizione al concilio?

Perché anche nella vita civile i governi non amano i parlamenti. Nel parlamento ci sono le opposizioni con le quali bisogna scendere a compromessi. Nella Chiesa il Vaticano era il governo ed il Concilio il parlamento.

Com'è stato il dopo concilio

C'è stata, innanzitutto, una difficoltà. Non si può negare che è più facile guidare lo "stile antico" che quello conciliare. Prima veniva stabilita la verità e se qualcuno affermava qualcosa di diverso, sbagliava. E' molto più facile così, che non chiedersi, ad esempio: stai dicendo di sì al Signore? Stai partecipando a Gesù Cristo? Lo dico come vescovo. C'era, poi, un fermento di novità in giro. Ricordo che si guardava con gioia al Concilio, quasi più fuori dalla Chiesa, che non dentro. C'era un forte bisogno di rinnovamento nella società. Sembrava che si dicesse: se cambia la Chiesa, può cambiare tutto. Nel '68 e '69 c'è stato, però, anche chi ha spinto la trasformazione troppo in là, offrendo così il pretesto per una reazione negativa. Sia nella Chiesa, che nella società civile.

In quel periodo c'era Paolo VI a guidare l'ultima parte del concilio ed il post-concilio.

Per certi versi Paolo VI ha saputo "bilanciare" molto bene le due tendenze. Ci faceva anche soffrire durante il Concilio. Voleva avere in qualche modo l'unanimità nelle decisioni, anche con l'adesione dei "cinquecento" di minoranza. Ricordo un fatto tipico. Avevamo già discusso, approvato e stampato il documento sull'ecumenismo. Il papa inviò quaranta modifiche. Erano cose da nulla. Ma volle che si discutessero. Adesso, però, possiamo dire: meno male. Perché, se ci fossero stati dei documenti approvati con cinquecento voti contrari si sarebbe sempre potuto offrire il pretesto per interpretazioni difformi. Con dieci voti contrari su duemilacinquecento votanti, invece, i documenti non sono più contestabili.

Secondo lei del Concilio rimane ancora l'impostazione iniziale?

Direi: "già e non ancora". E' un po' quello che succede per il cammino della pace e dei diritti umani. Le idee del Concilio ci sono e sono anche entrate nella Chiesa, ma non si è ancora fatto tutto. Il Concilio di Trento ci ha messo 400 anni per essere accolto. Speriamo di fare più in fretta. Anche perché il mondo adesso è molto diverso. Il tipo di società nella quale viviamo è diversa. Allora si discuteva di principi. Adesso si discute di fusioni di idee. Con internet è già tutto risolto. Non ti accorgi, ma raccogli ciò che gli altri hanno seminato, spesso secondo i loro interessi.

Lei non partecipa più alle riunioni della Cei. Manda lettere. La Conferenza episcopale italiana dà un'immagine di sé molto compatta. E' vero?

La Cei è l'unica confederazione episcopale nella quale il presidente non è nominato dai vescovi. Nelle altre, il presidente risponde ai vescovi. Alla conferenza francese, il presidente inaugura i lavori e, qualche volta, riassume in conclusione. Il resto è discussione. Qui da noi, il presidente fa il discorso "della corona" in cui risolve tutti i problemi e, poi è più difficile parlare. E' vero, però, che la conferenza italiana è quella più vicina al papa e, quindi, nel mondo, quello che decide la conferenza italiana è considerato un po' pontificio. Devono, quindi, avere una prudenza particolare.

Il suo discorso della collegialità è rimasto, quindi, un po' lettera morta?

Non proprio così. Nell'ultimo sinodo, Benedetto XVI ha permesso per un'ora la libera discussione. Ma tutto il sinodo dovrebbe essere così. La sequenza gerarchica dovrebbe essere: papa, sinodo e curia. Invece è: papa, curia e sinodo.

Per quale motivo alcune voci profetiche come quelle di Ernesto Balducci o di Davide Maria Turoldo, per citarne solo due, sono poco ascoltate dai vertici della Chiesa?

Il grande problema è quello della chiesa dei poveri. Questo è un punto fondamentale. Non se n'è parlato abbastanza, però, neanche nel Concilio. Chi lo guidava, infatti, erano le chiese del centro Europa: Germania, Francia, Belgio e Olanda. Tutte chiese ricche. Quando è venuta fuori la questione dei poveri? A Medellin , nel 1968, quando i vescovi latinoamericani hanno dichiarato la loro scelta in favore e per i poveri. Questo significava contrastare la politica dell'occidente, che è "una politica di mammona", come il Vangelo definisce la ricchezza ed il potere.

La vera scelta dei cristiani è tra Dio e mammona?

Sì. È più facile parlare dell'aborto, della sessualità o dei rapporti prematrimoniali. In realtà la scelta evangelica è: Dio o mammona. Sembra, però, che fare questo tipo di scelta voglia dire essere di sinistra. Il cardinale Jacques Martin riporta nel suo libro su Giovanni XXIII che il papa gli disse una volta: "in fin dei conti, sia l'antico che il nuovo testamento privilegiano per quelli di sinistra!".

Lei afferma che la chiesa è più disposta ad intervenire sulla morale individuale che su quella sociale?

Il fatto è che la morale individuale ognuno se "la aggiusta" come vuole, mentre quella sociale coinvolge la vita pubblica e diventa anche, ad un certo punto, il confine con la politica. Nell'occidente la politica tende a difendere gli interessi delle strutture dominanti. Perché i G8 devono organizzare loro il mondo, non solo con il sospetto, ma con la certezza che difenderanno soprattutto i loro interessi? Prendere le difese dei più deboli, allora, viene subito indicato come un intervento di carattere politico. Per anni, siccome i comunisti erano - almeno a parole - impegnati in politiche a sostegno delle classi più deboli, allora coloro che cercavano di operare a favore di queste persone, immediatamente, si diceva che erano comunisti. L'America Latina è andata avanti per decenni con le dittature garantite anche dalla Chiesa, perché si diceva che erano la difesa contro il comunismo. Questo è il grande equivoco che resiste ancora oggi. Non è un caso che Fidel Castro dichiarasse che il comunismo aveva assunto l'impegno che la chiesa non era riuscita ad assolvere.

Il peccato sociale è sempre stato, quindi, minimizzato dalla Chiesa.

Sì, anche perché, quando studiavamo morale, questi problemi venivano inseriti nel settimo comandamento, che cominciava con la difesa della proprietà privata. Sono stati Pio XII, Giovanni XXIII e poi il Concilio a parlare in modo chiaro della destinazione universale dei beni. Per cui, quando la proprietà privata va contro la destinazione universale dei beni, vale quest'ultima. Questo è il grande problema della globalizzazione: la proprietà privata dei paesi del G8 contrasta con la destinazione universale dei beni.

La morale sociale implica scelte politiche. Per un cristiano qualsiasi scelta politica è legittima?

Sull'impegno e sulle scelte politiche dei cristiani non si è mai parlato abbastanza. Enrico Chiavacci in uno dei suoi volumi di morale sociale afferma che, secondo la destinazione universale dei beni, un cristiano non può arricchire per arricchire e, se possiede, è per dare. Questo noi non lo predichiamo mai con sufficiente chiarezza.

Il mondo è in mano ai primi. Il cristianesimo è vicino agli ultimi?

Il compito sociale del cristianesimo è proprio quello. Perché la tendenza originale dell'essere umano è chiudersi nell'egoismo e nell'individualismo. Il compito delle religioni che si richiamano alla rivelazione dell'unico Padre è quello di aprirsi alla fraternità ed alla solidarietà. Non è un caso che nell'ultimo giudizio le sole cose che ci verranno chieste sarà se siamo stati solidali con gli altri.

E la Chiesa, è sufficientemente schierata con gli ultimi?

Nella chiesa c'è chi si schiera. Ma nell'insieme direi non sempre. Abbiamo l'idea che la Chiesa non debba fare politica. La vecchia idea di Pio XI era che la Chiesa deve occuparsi di politica quando questa "tocca l'altare". La Chiesa, invece, deve fare politica quando "tocca l'uomo". Questa dovrebbe essere la rivoluzione copernicana. Ma stenta ad essere assimilata. Nel libro che sto scrivendo indico quello che ho già espresso e che mi piace ripetere: due sono le rivoluzioni copernicane del Concilio, la Chiesa al servizio del mondo, e nella Chiesa, la gerarchia al servizio del popolo di Dio.

Quello cristiano è un messaggio forte, dirompente, potremmo dire, rivoluzionario. E' stato in qualche modo edulcorato?

È il risultato della mescolanza con la politica. Succede anche agli amici musulmani ed ebrei. Quando il messaggio religioso viene strumentalizzato dalla politica è destinato ad essere, inevitabilmente, compromesso. Il messaggio cristiano, poi, è stato svuotato per il fatto di essere stato assunto come bandiera anticomunista.

Il cardinale Martini nel libro "Colloqui notturni a Gerusalemme" afferma che l'Humanae vitae dovrebbe essere riscritta. Condivide?

Nel corso del Concilio, Paolo VI si era riservato di decidere su alcuni temi che avrebbero, invece, dovuto essere trattati dal Concilio stesso. Voleva forse dire che non credeva tanto nel Concilio? No, riteneva che il suo primato lo imponesse. Sono tutti temi, peraltro, ancora sul tavolo: preti sposati, pillola, riforma della curia, matrimoni misti e chiesa dei poveri. Quando il papa promulgò l'"Humanae vitae" i vescovi della Francia uscirono con un documento di apertura nei confronti dell'enciclica. Io, allora, scrissi un articolo per Risveglio, il mio settimanale diocesano, commentando che il Concilio aveva messo in evidenza che il fine primario del matrimonio non è la procreazione, come si diceva una volta (il fine secondario era il remedium concupiscentiae - "rimedio della concupiscenza"), ma era la mutua unione. A me risultava che gli antichi dicevano primario non per dire il più importante, ma per dire il primo che si trova. Il secondario non è il meno importante, è quello che si trova dopo, perché è il più interno. Il fine primario (e quindi più importante) del matrimonio è l'amore. Cosa può succedere? Io non posso tagliarmi una mano. Ma se ho la cancrena posso farlo. Il fine primario può mettere tra parentesi il fine secondario. Se il fine primario del matrimonio è l'amore, in certi casi questo fine può mettere tra parentesi quello secondario. La settimana dopo i vescovi francesi dovettero rimangiarsi il loro scritto, ma io lo avevo già pubblicato, anche se nessuno va a leggersi il Risveglio, popolare settimanale della diocesi di Ivrea! La mia convinzione è che bisogna condividere l'atteggiamento degli ortodossi quando dicono: noi non entriamo nella camera matrimoniale. Dichiariamo i principi e poi ognuno decide in coscienza.

Condivide quindi?

Ricordo che al Concilio un vescovo indiano, che non conosceva la proibizione degli anticoncezionali, cominciò a parlare del problema demografico nel suo paese e del problema della pillola. Prese, allora, la parola il cardinal Ottaviani e nel suo bel latino disse: mio padre era un fornaio, non un padrone, ma un operaio, ha avuto undici figli. Io sono l'undicesimo e non ha mai adoperato la pillola. Il vescovo accanto a me disse "utinam!" (magari l'avesse adoperata!). Pare che lo stesso papa Luciani volesse rimettere in discussione il tema.

Nella nostra società sono più necessari i profeti o gli uomini di buona volontà?

Tutti e due. I profeti perché ispirino gli uomini di buona volontà. Ci sono degli uomini di buona volontà e ci sono anche tante iniziative, ma è necessario che trovino conforto in uomini come Balducci, come Turoldo, come don Milani, come mons.Tonino Bello.

Nella Chiesa si prega molto per la pace, ma concretamente si fa molto poco.

Ritorniamo ad un tema già affrontato. Mammona ci guadagna sulla guerra, le armi danno le maggiori tangenti ai politici. Le guerre se non ci sono bisogna farle, per usare le armi e provarne di nuove. Siccome il mondo occidentale è così, sembra che volere la pace equivalga a voler disarmare di fronte al terrorismo. Una volta era di fronte al comunismo. Qualche cammino in avanti si sta facendo. Papa Giovanni disse che, con le attuali armi di distruzione e con la possibilità degli incontri internazionali, ritenere che la guerra possa portare alla giustizia era alienum a ratione. Lo tradussero con "sembra quasi impossibile". Vuol dire, invece,"è roba da matti!". Neppure il Concilio fu così coraggioso. Ricordo che il cardinale Maurice Feltin di Parigi ed il cardinale Alfrink di Utrecht lavoravano intensamente perché si condannasse la guerra come anticristiana. Il cardinale Spellman di New York, che aveva trascorso il Natale in Vietnam con i soldati americani, disse: "non pugnalate alle spalle i nostri ragazzi che in Estremo Oriente stanno difendendo la civiltà cristiana". Allora siamo riusciti solo a condannare la guerra totale, quella atomica. Chiavacci dice che un cristiano non potrebbe fare la guerra se non dichiarando l'obiezione di coscienza alla guerra atomica. Perché per il Concilio la guerra totale è immorale, in quanto colpisce le popolazioni inermi. Nella prima guerra mondiale il 10% delle vittime erano civili. Negli attuali conflitti la percentuale è salita al 90%. Papa Giovanni Paolo II ha fatto l'impossibile per evitare la guerra in Iraq.

Nasce qui il suo impegno con Pax Christi?

Nel 1983, i 55 vescovi di Pax Christi americani stilarono un documento contro la guerra atomica. Il Vaticano convocò un incontro con i vescovi europei, che attenuarono il contenuto. I vescovi giapponesi, però, anche se erano pochi, avevano l'esperienza della seconda guerra mondiale e delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, fatte esplodere dopo la richiesta di resa, ed hanno voluto ribadire che è necessario smettete di costruire le armi perché, quando sono costruite, poi, bisogna trovare il modo di adoperarle. Pax Christi ha iniziato un lungo percorso di attivismo, subito dopo la guerra, in Francia, come movimento di spiritualità per la pace. Con la presidenza del cardinale Alfrink si stabilì che per volere la pace, bisognava mettere in evidenza tutto quello che provoca la guerra. Quando divenni presidente internazionale del movimento, puntammo decisamente sui diritti umani. Organizzammo anche una missione in Centro America. Stava maturando la scelta della non violenza. Uno dei valori che Tonino Bello ha portato nella Pax Christi italiana. Oggi credo che noi cristiani dovremmo essere i pionieri della non violenza attiva.

Come vede il futuro della chiesa?

Io sono ottimista perché il Signore, quando ha creato il mondo, ci ha pensato. Penso che il mondo stia a cuore più a Lui che a noi. È vero, però, che ha tempi lunghi. Nel frattempo, penso che ognuno dovrebbe cercare di fare quello che può e che sa. Quando tu punti il dito contro un altro (di chi è la colpa? di chi è la responsabilità?), non dimenticare che tre dita sono puntate contro di te. (E tu cosa hai fatto? Che cosa potresti fare?) La Pira a chi gli chiedeva "ma lei non è preoccupato"? rispondeva: "No, non lo sono, anche perché Gesù è risorto, la Madonna è stata assunta in cielo e tra cent'anni saremo tutti in paradiso!".



sito web del centro studi economico-sociali per la pace di pax christi italia