Mi viene chiesta una testimonianza sul Concilio Vaticano
II. La testimonianza inizia prima ancora di quella data
fausta. Il Card. Lercaro aveva ottenuto da Papa Giovanni
che qualche suo sacerdote potesse partecipare alla preparazione
del Concilio, e fu così che, da insegnante del
Seminario, fui cooptato nella Commissione per i Seminari
e l'educazione cattolica. Potei così partecipare
alle riunioni conclusive di quella Commissione, apprezzando
l'ampio lavoro svolto, che aveva usufruito anche dei
suggerimenti offerti dai vescovi del mondo e dalle Università
Cattoliche, tempestivamente consultati dal Vaticano.
Devo
anche riconoscere che, seguendo dal di fuori la Prima
Sessione Conciliare - ottobre-dicembre 1962 - non fui
in grado (ovviamente per i miei limiti) di cogliere
la vitalità e le prospettive di quell'assise,
oltretutto molto impegnata in quei mesi a trovare una
propria strada. Credo che lo stesso Papa Giovanni non
avesse chiaro quale fosse la meta concreta e quale il
cammino da seguire; quello in cui credeva era il valore
di un Concilio Ecumenico. Cresciuto tra la gente - la
sua ampia famiglia e la terra bergamasca - fin da studente
manifestava una evidente sensibilità a quel rinnovamento
del pensiero ecclesiale che poi sfocerà nel modernismo
(uno scritto del Sen. Andreotti, sposato a una nipote
di mons. Belvederi pioniere dell'archeologia sacra,
attesta gli incontri che il chierico Belvederi aveva
periodicamente, nella piazza del Gesù, con Ernesto
Bonaiuti, con Alfonso Manaresi e con Angelo Roncalli).
Dal vescovo di Bergamo mons. Radini Tedeschi, di cui
divenne segretario, apprese l'attenzione e l'impegno
per la vita sociale. Intanto approfondiva la conoscenza
della Chiesa primitiva nell'insegnamento della Patristica;
e aprì ancor più il suo sguardo sulla
Chiesa quando divenne responsabile dell'apostolato missionario,
prima nella sua diocesi poi a Roma. Delegato Apostolico
in Bulgaria ebbe fraterni rapporti con quella Chiesa
Ortodossa; poi a Costantinopoli durante la seconda Guerra
Mondiale poté non solo dialogare con il mondo
islamico ma altresì collaborare con i politici
fra loro nemici per soccorrere profughi ed ebrei. Promosso
fortunosamente alla Nunziatura di prima classe di Parigi
poté non solo conoscere l'atmosfera interessante
della Francia (la Francia di De Gaulle) ma i più
alti protagonisti della politica, che allora facevano
capo a Parigi. Alla fine fu dirottato a Venezia come
Patriarca e di lì venne nominato Papa
di
transizione, in attesa fosse pronto mons. Montini, non
ancora Cardinale.
Accanto
a queste vicende personali che l'hanno messo a contatto
con i mondi più vari, potrei aggiungere un'altra
sfumatura, messa in evidenza dallo stesso mons. Roncalli,
che avevo incontrato nel 1951 nella sede di Parigi.
Mi confidò che uno dei suoi due interessi o
passatempi
(l'altro erano le edizioni antiche) era di indagare
- giunse a scrivere cinque volumi - sulle visite pastorali
di S. Carlo Borromeo nella diocesi di Bergamo, dove
andava appunto ad illustrare l'importanza e i frutti
di un Concilio, che era il Concilio di Trento.
Giunto
in Concilio quando Giovanni XXIII era già stato
sostituito da Paolo VI, mi resi conto di come l'atteggiamento
di Giovanni, pur ignaro delle conclusioni, avesse però
orientato il Concilio. Quando, alla presentazione delle
candidature per le Commissioni, accuratamente preparate
dalla Segreteria - quindi praticamente dalla Curia -
alcuni vescovi chiesero con insistenza che si desse
il tempo di conoscere i candidati, fu Papa Giovanni
ad acconsentire: e dopo tre giorni le liste erano completamente
rinnovate. I vescovi - i Padri conciliari, come si diceva
- cominciarono a rendersi conto che erano loro i protagonisti
del Concilio; come quando, messa in discussione la Costituzione
sulla Parola di Dio, la maggioranza chiese che il Documento
venisse profondamente rielaborato ma non raggiunse per
pochi voti i due terzi necessari per la rielaborazione.
E fu il Papa a rimandarlo d'autorità per la rielaborazione
richiesta dalla maggioranza.
Quello
che subito risaltò ai miei occhi fu l'ecumenicità
del Concilio. Tutti i Concili antecedenti (dai primi
sette della Chiesa indivisa agli altri tredici della
Chiesa cattolica romana) erano stati ecumenici, cioè
mondiali; ma in realtà, se lo erano istituzionalmente
- convocati e soprattutto approvati dal Sommo Pontefice
- sociologicamente raccoglievano vescovi provenienti
da settori parziali: dal Medio Oriente e dal Mediterraneo
i primi, dall'Europa gli altri, taluni ( come Trento)
dall'Europa latina, altri (come il Vaticano I) dall'Europa
missionaria. Per la prima volta ora si trovavano presenti
vescovi di tutti i popoli e di tutte le culture, portando
le loro svariate sensibilità, le attese e le
speranze della loro gente. Me lo diceva un vescovo africano,
segnalando la nostra tendenza a ripiegarci sul passato,
mentre lui - conosciuto il cristianesimo a dieci anni
dal primo missionario cattolico giunto nel suo territorio,
era invece automaticamente portato a rivolgersi al futuro.
Aggiungo
che l'avvertenza di questa
globalità fu
enfatizzata in me dal fatto di essere vescovo ausiliare
del Card. Lercaro, uno dei quattro Moderatori del Concilio:
chi voleva avvicinarlo o sollecitava la sua attenzione
non di rado richiedeva la mia mediazione; non a caso
ebbi presente alla mia ordinazione episcopale Roger
Schutz di Taizé, ed ebbi modo di frequentare
il gruppo impegnato a sviluppare il tema della Chiesa
dei poveri (fu lì, ad esempio, che iniziai a
frequentare il brasiliano dom Helder Camara). Mi aiutò
anche la frequentazione di vescovi attratti dalla spiritualità
di Padre De Foucauld, il gruppo che si venne formando
(venti vescovi provenienti da diciotto nazioni di tre
continenti) si radunava tutte le settimane, dando luogo
a scambi e incoraggiamenti fruttuosi. Di lì partì
anche quello che fu chiamato lo Schema 14 (allora si
stava preparando la Costituzione su "la Chiesa
nel mondo contemporaneo" chiamata appunto genericamente
"Schema 13"), firmato da oltre cinquecento
vescovi, che si impegnavano a uno stile di vita più
semplice e più vicino ai settori più poveri
delle loro popolazioni. Questa spinta a considerare
la Chiesa come "Chiesa dei poveri" (, una
Chiesa dei poveri, in cui i poveri - per cultura, per
storia, per importanza sociale - si sentano membri a
pieno titolo, protagonisti nella vita della Chiesa)
trovò una sua configurazione nel 1968 a Medellin,
quando i vescovi dell'America Latina ritrovandosi in
Assemblea continentale per cogliere i frutti del Concilio
chiesero che si facesse "l'opzione preferenziale
dei poveri", non per mettere i poveri contro i
ricchi, ma per affrontare problemi e soluzioni secondo
la visuale, le esigenze, le attese della gente più
comune.
Quello
di cui ci rendemmo conto fu anche l'intuizione profonda
di Papa Giovanni a designare il Vaticano II come "Concilio
pastorale". Ancora oggi, come allora, qualcuno
contesta la validità di un Concilio che non sia
"dogmatico", cioè assertore di verità
(dogmi) sconfessando chi non li accetta ("anatema
sit"). In realtà, in analogia con l'opinione
del pedagogista americano , che cioè se devo
insegnare il latino a John è indispensabile che
io conosca bene il latino, ma è più indispensabile
ancora che io conosca bene John! - è importante
precisare le verità di fede, come hanno fatto
gli antecedenti Concili, ma è altrettanto importante
valutare come presentarle e farle vivere alle persone
di oggi.
All'interno
del Concilio si notava la dialettica di chi voleva ribadire
le dottrine e le posizioni del passato (la tradizione)
utilizzando appunto le norme rigorose dell'Assemblea
e gli interventi - pur amabili - della Segreteria, e
si trovava a contrastare una maggioranza che, pur premurosa
dell'ortodossia, cercava di cogliere i "segni dei
tempi", cioè le sollecitazioni e le attese
della gente del nostro tempo. Credo vada riconosciuto
che pionieri e sostenitori di questo orientamento erano
soprattutto gli episcopati del Centro Europa, dal francese
al tedesco, dall'olandese al belga. Essi avevano accolto
e assimilato quanto all'interno delle loro Chiese era
venuto maturando, soprattutto dopo la frattura del Protestantesimo.
V'era stato un ampio Movimento biblico per ricuperare
una maggiore centralità della Scrittura, che
sembrava finita monopolio degli evangelici; il Movimento
liturgico, nato nella grandi abbazie benedettine da
tempo rivalutava la liturgia come fonte di devozione
e di vita; mentre il Movimento ecumenico, nato in ambito
protestante ma sperimentato pur timidamente anche nella
Chiesa cattolica (ad esempio tra il Card. Mercier, Arcivescovo
di Malines-Buxelles e l'anglicano Lord Halifax), tendeva
a ritrovare le origini comuni delle varie confessioni
cristiane, come aveva auspicato lo stesso Papa Giovanni:
partire da ciò che unisce prima che da ciò
che divide. I vescovi si rendevano testimoni o portavoce
di queste maturazioni e di queste istanze, così
come i vescovi dei Paesi più poveri o meno cristiani
manifestavano le situazioni e le problematiche delle
loro popolazioni, così diverse da quelle delle
antiche Chiese, portate a giudicare e a decidere secondo
quanto s'era sempre fatto in situazioni culturali e
sociali tanto diverse. L'Assemblea ascoltava, rifletteva,
forse contestava, ma alla fine si convinceva e approvava.
E questa era, per la Chiesa del ventesimo secolo, la
novità e la grazia.
Certo,
il tutto si svolgeva in un contesto umano, con i settori
più legati alla Tradizione che erano minoritari
(America Settentrionale ed Europa meridionale e dell'Est)
ma che potevano contare sulle precauzioni del gruppo
dirigente, in prima battuta sulla Segreteria del Concilio,
in ultima e decisiva battuta sulla Segreteria di Stato.
I dodici Cardinali Presidenti, presi dai vari continenti,
si riducevano a dirigere a turno le preghiere d'inizio
e di conclusione delle Assemblee. Paolo VI, che da Arcivescovo
di Milano si era reso conto di questa situazione, accettò
la proposta di nomina di quattro Cardinali Moderatori,
che appunto dirigessero lo svolgimento del Concilio:
e furono il tedesco Döpfner, Arcivescovo di Monaco,
il belga Suenens, Arcivescovo di Bruxelles, l'italiano
Lercaro, Arcivescovo di Bologna e - per la Curia - l'armeno
Agagianian, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione
dei popoli. Devo aggiungere che il Card. Lercaro alla
Prima Sessione aveva chiamato a Roma don Giuseppe Dossetti
perché seguisse la tematica della Chiesa dei
poveri e che Dossetti non solo fu un consigliere competente
e prezioso per questo e per gli altri argomenti ma,
esperto com'era di grandi assemblee (in antecedenza
era stato membro attivo dell'Assemblea Costituente italiana)
poteva dare suggerimenti funzionali per lo svolgimento
efficace del Concilio (da quello dei quattro Moderatori
al voto orientativo che facilitasse alle Commissioni
che elaboravano i Documenti stesure più vicine
alla sensibilità della maggioranza) e, nel pomeriggio
preparava con Raniero la Valle, Direttore dell'Avvenire
d'Italia stampato a Bologna la pagina sul Concilio dalla
quale la mattina seguente perfino gli stessi Padri Conciliari
potevano apprendere quanto forse era loro sfuggito il
giorno prima!
Una
conferma - mi sembra - dell'azione dello Spirito Santo
è che non solo - come ho accennato - i vescovi
sono stati i primi, in seguito alle discussioni assembleari,
a maturare le decisioni finite nei Documenti conclusivi,
ma che, pur avendo approvato consapevolmente i singoli
Documenti in genere, ne hanno colto successivamente
la visione sintetica e la loro carica per un complessivo
rinnovamento. Questa è almeno la conclusione
a cui sono giunto riflettendo soprattutto sulle Costituzioni,
i Documenti fondamentali di ogni Concilio Ecumenico.
Sono importanti le tre Dichiarazioni, su singoli punti
dottrinali o disciplinari (pensiamo ad esempio a quello
sulla libertà religiosa), lo sono i nove Decreti,
di carattere pratico, che suggeriscono il comportamento
alle varie categorie del popolo cristiano (dai vescovi
al clero ed ai seminaristi, dai missionari ai laici);
ma le quattro Costituzioni ("Sacrosanctum Concilium",
sulla Liturgia, "Dei Verbum" sulla Parola
d Dio, "Lumen Gentium" sulla Chiesa in sé,
"Gaudium et Spes" sulla Chiesa nel mondo contemporaneo)
costituiscono il nucleo centrale del messaggio conciliare
e manifestano, a quarant'anni di distanza, la loro attualità
e vitalità. E tutto nella prospettiva del "Concilio
pastorale", attento cioè alle attese e agli
impegni effettivi dei singoli cristiani.
Penso
ad esempio alla Costituzione Dei Verbum, che ridà
nella mano e nel cuore dei cristiani la Bibbia, prima
quasi temuta come possibile apristrada del protestantesimo
e quindi sostituita nel predominio dalla Tradizione,
praticamente dal Magistero della Chiesa. In realtà
"tradere" non vuol dire "bloccare"
ma "trasmettere": la Tradizione è la
garanzia che la Parola di Dio venga ricevuta in modo
autentico ed attuale dai cristiani di tutti i tempi
e di tutti i luoghi. Essere cristiani prima ancora che
dall'esattezza delle verità che si accettano
e si credono (gli antichi la chiamavano "fides
quae creditur", cioè la verità che
si crede), si misura piuttosto dalla sincerità
dell'adesione a quelle verità ("fides qua
creditur", cioè la fede con cui si crede).
Certo, se è sincera deve cercare di raggiungere
Dio così come vuol farsi conoscere, ma intanto
devi buttare tutto te stesso in quella ricerca. Ecco
perché è importante la Parola di Dio,
perché ti fa sentire e Tu per tu con Dio che
ti parla e ti chiama, giorno per giorno con amore personale.
Questo
già predisponeva ad un cammino ecumenico, cioè
a sentire fratelli quanti, portati dalle vicende della
storia e delle culture ad avere visuali di fede divergenti
dalle nostre, pure con sincerità e intensità
non minori delle nostre, credono in Dio Padre-Figlio
Spirito Santo, in Gesù Cristo vero Dio e vero
uomo, nella grazia e nei principali sacramenti. Addirittura
siamo portati a sentire non lontani sul cammino del
Regno quanti credono in Dio, conosciuto ed amato come
è stato loro presentato, e si impegnano ad assecondare
i suoi comandamenti e ad accogliere e ad aiutare gli
altri esseri umani.
Certo
questa apertura alla Parola di Dio che si rivolge a
noi attraverso la Bibbia e la Chiesa, ci prepara ad
accogliere la Parola di Dio fatta carne, il Verbo di
Dio fatto uomo, che ha preso la nostra umanità
per impregnarla di divinità rendendola una preghiera
costante al Padre e una dedizione totale ai fratelli.
Se Gesù ha accettato di morire in croce è
perché così rivelava all'umanità
la pienezza dell'amore, che purificava il peccato, causa
di ogni male e della stessa crocifissione. Gesù
entra nell'eternità abbandonandosi alle mani
del Padre e perdonando chi lo crocifiggeva (la pienezza
dell'amore a Dio ed ai fratelli); e donava già
in quel momento lo Spirito Santo ("inclinato il
capo - dice Giovanni !9, 30- trasmise lo Spirito"),
che ci dà la possibilità di vivere la
pienezza dell'amore: la liturgia è Cristo presente
sull'altare nel suo atteggiamento eterno, non perché
noi "assistiamo" (come si diceva una volta)
ma perché "partecipiamo". La riforma
liturgica avviata dalla Costituzione "Sacrosanctum
Concilium" (e che si realizzava attraverso la novità
esteriore della lingua, dei testi liturgici, della conformazione
degli edifici) è tutta tesa a fare dell'Eucaristia
- come viene detto in quel testo - "il momento
più alto e la sorgente" dellas vita cristiana
dei singoli e delle comunità.
A
sua volta la Costituzione liturgica ci ha aiutato a
quella che fu chiamata la rivoluzione copernicana all'intertno
della Chiesa e che si è espressa nella Costituzione
"Lumen Gentium". Se prima, sollecitati anche
da una preoccupazione apologetica (cioè di difesa)
avevamo accentuato il compito della Gerarchia, quasi
identificando con essa (e in ultima istanza nel Papa)
la Chiesa e configurando praticamente i laici in beneficiari
dell'attività magisteriale e ministeriale del
clero (quasi il sole che gira intorno alla terra), siamo
stati invece richiamati a vedere la Chiesa come popolo
di Dio, in cui ogni cristiano partecipa pienamente e
attivamente alla realtà di Cristo profeta (cioè
realizzatore e testimone dell'umanità come Dio
l'ha pensata e la desidera), di Cristo sacerdote (santificatore
del mondo con la sua presenza di grazia), e di Cristo
re o pastore (cioè unificatore degli esseri umani,
annunciatore e promotore di pace e di solidarietà).
La Chiea dunque - nel suo insieme e in ciascuno dei
suoi membri - è "sacramento" di Gesù
Cristo cioè segno visibile e strumento efficace
della sua presenza e della sua azione nel mondo.
Certo,
rimane la funzione insostituibile della Gerarchia, ma
come servizio (=ministero) al popolo di Dio (che è
il
sole attorno a cui gira la terra, la gerarchia!). il
Magistero è al servizio della "profezia"
dei cristiani, cioè della loro coerenza, della
loro testimonianza; il sacerdozio ministeriale (la Gerarchia
ai suoi vari livelli) è al servizio del sacerdozio
comune dei fedeli, cioè della loro santità
di vita; e le responsabilità di guida (direbbe
S. Pietro nella sua Prima Lettera, 5,3) non sono espressione
di un "dominio" ma esempio ed aiuto a vivere
nella comunione e nella pace, per poter poi divenire
portatori di solidarietà e di pace nel mondo.
Questa
maturazione ha abbattuto le visuali riduttive, che vedevano
la Chiesa come l'unica possibilità effettiva
di salvezza, ma hanno spinto ogni comunità e
ogni fedele ad essere così coerenti e trasparenti
nella loro vita di fede-speranza-carità da poter
davvero risultare un lievito di vita nuova e generosa,
un'ispirazione e uno stimolo verso il regno di Dio (cioè
del mondo come Dio lo vuole) per tutti gli uomini di
buona volontà, di ogni cultura e di ogni religione.
E' questa la prospettiva della quarta Costituzione su
"La Chiesa nel mondo contemporaneo", chiamata
con le sue prime parole latine "Gaudium et Spes".
Erano
già in cantiere alla prima Sessione alcuni Documenti
su temi variegati; ma fu alla seconda Sessione - e me
ne resi conto al mio entrare in Concilio nell'autunno
del 1963 - che questa Costituzione cominciò ad
assumere la sua fisionomia definitiva, sospinta anche
dal fatto nuovo dell'Enciclica di Papa Giovanni XXIII
"Pacem in terris". La novità dell'Enciclica
suggerita al Papa dall'essersi trovato strumento - inopinato
ma determinante - di conciliazione tra l'America e la
Russia nella vicenda della cosiddetta "crisi di
Cuba" del 1962, stava proprio nel fatto che per
la prima volta un Papa scriveva un'Enciclica non su
un argomento strettamente religioso, ma su un valore
"umano" come la pace e, pur partendo espressamente
dalle convinzioni cristiane, si esprimeva però
in modo che anche chi non partecipava della sua fede
potesse però condividere le riflessioni ed impegnarsi
per la pace; tant'è vero che l'Enciclica si rivolgeva
per la prima volta - dopo i Cardinali, i vescovi, il
clero, i religiosi, i fedeli - "agli uomini di
buona volontà". La quarta Costituzione in
realtà illustra cosa siano la persona umana (ogni
persona!), la famiglia (ogni famiglia!), la cultura
(ogni vera cultura), l'uso dei beni materiali, la pace,
la comunità politica. Alla prima presentazione
della bozza del Documento diversi vescovi obiettarono
che esso risultava troppo umano, eccessivamente ottimistico,
quasi naturalistico. Non lo modificammo sostanzialmente,
solo aggiungemmo al termine di ogni capitolo le motivazioni
di fede che suggerivano e - ritenevamo - ci imponevano
questo atteggiamento di simpatia e di collaborazione
verso quanto di buono già c'era e ci poteva essere
nel cammino dell'umanità, frutto forse inconsapevole
ma reale della presenza di Cristo e dell'azione dello
Spirito anche nella storia del nostro tempo.
Devo
dire che questa sintesi delle prospettive offerte dal
Concilio anche a noi vescovi, che pure l'avevamo vissuto
e realizzato, è risultata nella sua pienezza
e nel suo dinamismo operativo nella riflessione, quasi
nella ruminazione successiva; a conferma che quanto
lo Spirito Santo attraverso il Papa e i vescovi aveva
suggerito alla Chiesa andava ripensato e tradotto in
pratica.
*
* *
I
vescovi del Concilio sono per molta parte ormai ritornati
al Padre o siamo ormai emeriti: ero l'ultimo membro
italiano della CEI ad aver partecipato al Concilio.
Tocca ai nuovi vescovi, tocca a tutto il popolo di Dio
continuare questo impegno di rinnovamento, di cui è
stato detto: "già, ma non ancora";
cioè molto è stato fatto, ma molto resta
ancora da fare. Faccia il Signore che dopo oltre quarant'anni
dal suo inizio, per la preghiera e l'opera di tutti,
il Concilio possa costruire una Chiesa e cristiani come
Dio li vuole, per la speranza e la pace di tutta l'umanità.