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La dimensione dell'etica economica
La
riflessione etica mira a valutare singoli comportamenti:
per fare questo ha assoluto bisogno di un qualcosa su
cui misurare il comportamento. Deve cioè render
ragione del perché quel comportamento è
moralmente accettabile o invece da rifiutare. Ogni proposizione
etica - tu devi, tu non devi - richiede di esser giustificata:
e prima di tutto è la coscienza del singolo agente
che deve interrogarsi e rendere ragione a se stessa dell'accettabilità
di un comportamento. Ma anche lo studioso - teologo o
filosofo che sia - deve rendere ragione dei suoi pronunciamenti,
in modo che il singolo agente possa agire per personale
convinzione e non solo per obbedienza passiva a un ordine
che gli viene dall'esterno. Per il singolo cristiano e
per il teologo moralista la fonte prima di ogni valutazione
è sicuramente la Parola di Dio. È però
estremamente pericoloso prendere singoli precetti contenuti
nella Scrittura staccandoli dal quadro generale dell'annuncio
cristiano. Questo pericolo è presente in ogni capitolo
della teologia morale - in ogni ambito delle scelte umane
- e cercherò di farlo vedere in concreto analizzando
la morale economica.
Significato
del comandamento
Certamente
il divieto di furto appartiene ai dieci comandamenti,
provenienti dall'Antico Testamento e ripresi - in varie
formulazioni - dal Nuovo Testamento. Ma qui si pongono
subito due domande.
-
Qual è il significato preciso e il valore normativo
dell'espressione contenuta nel VII comandamento? La risposta
non è affatto semplice sul piano strettamente esegetico
(per il quale si può vedere l'importante studio
di H. Schüngel-Straumann, Decalogo e dieci comandamenti,
Paideia, Brescia 1977). Ma è ancor più complicata
se si vuol trarre dall'espressione "non rubare"
una norma precisa di comportamento. Se il furto vuol dire
togliere a qualcuno il "suo", occorre definire
che cosa sia il "suo", e cioè dare una
qualche definizione di "proprietà". E
la proprietà è una nozione sottoposta a
continue variazioni sia nel tempo che nello spazio (il
tema sarà discusso nel cap. 4). Variando la nozione
di proprietà varia dunque anche quella di furto.
-
Nella Scrittura il divieto di furto è l'insegnamento
centrale in materia di morale economica? Nella tradizione
dei manuali di morale dal 1600 fino alla metà del
nostro secolo la risposta è indubbiamente sì.
Ed è su questi manuali che hanno studiato morale
tutti i preti sopra i 40/50 anni (e perciò anche
tutti i vescovi e i cardinali). E invece sia nell'Antico,
sia nel Nuovo Testamento, sia nei Padri, sia in Tommaso
la risposta è no. Con le grandi encicliche sociali
si hanno segni di ritorno a questa grande tradizione,
ma in genere con frasi isolate, con espressioni talora
contraddittorie all'interno di uno stesso documento, e
di norma con tentativi di conciliare la dottrina dei manuali
con la tradizione precedente. E in ogni caso le encicliche
sociali hanno avuto scarsissimo influsso sui manuali e
sull'insegnamento della teologia morale, tanto è
vero che ancora oggi quasi ovunque esistono corsi di dottrina
sociale cristiana autonomi rispetto ai corsi di teologia
morale. Giovanni Paolo II, nell'enciclica Sollicitudo
rei socialis, ha detto esplicitamente che la dottrina
sociale della Chiesa è parte della teologia morale:
ma non sembra che abbia avuto molto successo, specialmente
in molti che incensano pontefice ed enciclica a parole
ma non lo seguono nei fatti.
Nel Nuovo Testamento sicuramente l'annuncio evangelico
in materia economica non è centrato sul non rubare.
Vi sono numerosissimi testi in cui tale annuncio appare
ben più profondo: testi di autori diversi, scritti
per destinatari e per tempi diversi ma tutti legati a
un'unica logica di fondo, in cui il non rubare e il rispetto
della proprietà altrui hanno solo il ruolo di applicazione
concreta e quindi di modesto interesse teorico (ciò
è vero in qualche modo anche per l'Antico Testamento,
ma la discussione ci porterebbe troppo lontano).
Cercherò ora di richiamare l'attenzione del lettore
su alcuni testi fra i tanti che hanno rilevanza per la
morale economica (per qualunque scelta che il cristiano
è chiamato a fare nell'ambito della vita economica),
per poterne poi individuare la logica che li accomuna,
e con essa tutta la profondità e la ricchezza dell'annuncio
cristiano.
Il
dovere di dare
"Voi
farisei purificate l'esterno della coppa e del piatto,
ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità.
Stolti! Piuttosto date in elemosina quello che c'è
dentro [oppure "sopra il piatto" oppure "quello
che avete"], ed ecco, tutto sarà puro per
voi" (Lc 11,39-41): è evidente la forza di
queste parole. Non vi è purezza di fronte a Dio
che sia legata a osservanze cultuali: solo se siamo pronti
a dare quello che abbiamo siamo puri di fronte a Dio.
La sacralizzazione della proprietà, tipica della
nostra mentalità e degli ultimi secoli della cultura
occidentale, è subito messa in questione. E non
si tratta solo di dare il superfluo: in Lc 21 molti fanno
offerte al tempio ma la povera vedova che dà solo
due spiccioli "ha messo più di tutti. Tutti
costoro infatti han deposto come offerta del loro superfluo,
questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva
per vivere". Prima dunque del dovere di non rubare
vi è il dovere di dare, come condizione per presentarsi
puri di fronte a Dio.
Luca
racchiude nel capitolo 16, fra due parabole (l'amministratore
infedele e il ricco epulone), alcuni detti di straordinaria
potenza. Commentando la parabola dell'amministratore infedele,
Gesù introduce il tema della ricchezza con due
contrapposizioni: "ricchezza iniqua" e "ricchezza
vera", "ricchezza altrui" e "ricchezza
vostra". Per noi dunque, seguaci di Gesù,
la ricchezza-denaro (o possesso di cose) non è
ricchezza vera, non è ricchezza che ci interessa:
non è la "nostra" ricchezza. E segue
subito il detto famoso "nessun servo può servire
a due padroni", ribadendo che Dio e le ricchezze
sono padroni alternativi. Potremmo dire: per il cristiano
le ricchezze non sono un bene in sé desiderabile.
Solo Dio è oggetto degno della nostra ricerca e
del nostro desiderio. Vengono subito in mente altri passaggi
di grande rilievo: il ricco stolto, che accumula tesori
sulla terra invece di prepararsi tesori in cielo (Lc 12,16-21),
oppure il "Padre nostro", in cui si deve chiedere
a Dio solo il pane per l'oggi, oppure il discorso sull'abbandono
alla Provvidenza di Dio (Mt 6,25-34), oppure le parabole
del tesoro. Matteo conclude: "Cercate prima il regno
di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato
per giunta". Una sola cosa dunque ci deve interessare
sul serio, ed è meritevole dei nostri sforzi: Dio
e la venuta del Regno. Il resto (le ricchezze) non dobbiamo
cercarlo, ma ci sarà dato. La tensione morale verso
Dio e il suo progetto per l'umanità deve esser
tale da rendere senza senso ogni ricerca di ricchezza
come bene in sé. Ai farisei che lo irridono Gesù
risponde: "Ciò che è esaltato fra gli
uomini è cosa detestabile davanti a Dio".
Questa parola, nella sua durezza, sembra non abbia niente
da dire alla morale economica: se io riduco tutto al dovere
di non rubare e a qualche opera di carità, non
vi è spazio per la condanna della ricerca ossessiva
della massimizzazione del profitto, che è poi la
logica di un sistema economico regolato primariamente
dal mercato.
Vizi
della ricchezza
San
Paolo ha numerosi elenchi di vizi per i quali si è
esclusi dal Regno. Tra questi appare sempre (salvo in
un caso) il termine pleonexia, che indica sia l'avidità
che l'avarizia: la ricerca di sempre maggiori ricchezze
e la ripugnanza o il rifiuto di dare del proprio. Sembra
strano che di tali elenchi la teologia morale si sia ricordata
ossessivamente e solo dei vizi riguardanti la sessualità
- e prendendosi molte libertà interpretative, tutte
in senso rigorista - e abbia totalmente ignorato i vizi
inerenti alla ricchezza. Eppure l'esclusione dall'amore
del Padre - la massima condanna pensabile per un cristiano
- anche per san Giovanni è legata alla "superbia
della ricchezza" (1 Gv 2,15-16: la traduzione Cei
"la superbia della vita" è errata, dato
che qui bios ha indubbiamente il significato di ricchezze,
così come poco dopo in 3,17).
I
beni non sono valore in sé
Il
vero problema morale posto dal Vangelo, che i Padri e
Tommaso ben conoscono, non è il non rubare, ma
è quale significato debbano avere i beni terreni
nella vita cristiana, in quell'orizzonte di fede e in
quei criteri di discernimento entro cui ogni scelta, economica
o no, deve orientarsi. I beni terreni - le ricchezze,
anche se modeste - non possono in alcun modo esser viste
come valore in sé: cercare di aver di più
solo perché è di più è una
forma di idolatria, un peccato fra i più gravi.
È il peccato di avidità. Tutte le scelte
del cristiano devono essere dominate non dalla gioia dell'aver
di più, ma dalla gioia dell'appartenere al Regno
e di esserne costruttore all'interno della storia umana.
Le ricchezze acquistano senso e valore solo come strumenti
di sempre migliore attuazione del Regno, e solo a questo
scopo possono essere cercate. San Paolo lavorava per guadagnare
e così non essere di peso alla comunità
che lo accoglieva. Per questo motivo possedere ricchezze
non è necessariamente un male morale: a patto che
questi beni siano considerati e usati come strumenti di
servizio al prossimo. In altri termini: se io ho, ho per
mettere quello che ho a servizio dei fratelli. Il rifiuto
o la resistenza interiore a questa logica di condivisione
è l'altro gravissimo peccato: il peccato di avarizia.
E si badi bene: avarizia non è solo spilorceria
nel fare elemosine. Il ricco che fa occasionalmente donazioni
benevole al poverello, considerando il suo gesto una mirabile
opera di carità, è ancora un avaro. Avarizia
è ritenere le ricchezze possedute come proprie,
e non come strumento che la Provvidenza ci offre per meglio
servire il prossimo.
La
logica dell'avidità
È
questa, a mio giudizio, la parola che non passa, e che
avrebbe dovuto e oggi più che mai dovrebbe esser
di guida alla riflessione morale in materia economica;
in due direzioni: nelle scelte personali del singolo agente
e nelle scelte di intervento sulle complesse strutture
che ormai dominano tutta l'economia planetaria. Nell'oggi
della storia umana si assiste al dominio di una logica,
che possiamo chiamare con una certa approssimazione "neoliberista",
direttamente opposta all'annuncio cristiano. È
una logica in cui avidità e avarizia - nel senso
sopra descritto - sono virtù altamente rispettate
e onorate, tanto che in pratica tutti accettiamo come
irreversibile la tragica realtà di una famiglia
umana in cui una piccola minoranza di ricchi (singoli
e Paesi) si confronta con una larga maggioranza di poveri,
e inevitabilmente la domina. Non abbiamo saputo annunciare
e vivere il Vangelo, e siamo di fronte al fallimento del
nostro annuncio morale in materia economica. Ma il Signore
attende ancora la nostra conversione. Dobbiamo convertirci
noi prima di pretendere che si convertano gli altri.
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