Roberta De Monticelli risponde a mons. Betori e ribadisce
il suo addio alla Chiesa cattolica.
Intervista di Emilio Carnevali
Il
giorno dopo la pubblicazione sul Foglio del suo addio
alla Chiesa cattolica (leggi), mons. Betori ha voluto
risponderle su Avvenire. (leggi) Lex segretario
della Cei prende le distanze da una posizione che
a suo avviso gli viene cucita addosso senza
fondamento. Afferma che la libertà
della coscienza non può essere confusa con
la possibilità di fare quel che ci pare.
Mentre la prima è la sede della nostra scelta
e come tale non può essere contestata
la seconda è un criterio che non può
essere condiviso dellazione. Cosa pensa di
questa difesa delle proprie tesi operata da
mons. Betori?
A me pare incredibile che un termine di radice kantiana,
come autodeterminazione una variante
di autonomia, vale a dire libera soggezione
alla legge morale possa essere inteso nel
senso della possibilità (vale a dire,
immagino, liceità morale) di fare quello
che ci pare. Eppure devo arrendermi allevidenza:
non soltanto Mons. Betori, che comunque ringrazio di essersi
impegnato in unesplicita risposta, ma anche altri,
nei loro contributi al dibattito che si è aperto,
sembrano affermare questa stessa tesi: libertà
di coscienza sì, principio di autodeterminazione
no. Occorre dunque procedere con la massima chiarezza,
non dando assolutamente niente per scontato, e individuare
esattamente il luogo del contrasto. Dunque: una prima
risposta, limpida ed efficace nella sua brevità,
è quella di Vito Mancuso, che ringrazio per essere
teologo cattolico e insieme assolutamente estraneo a quella
tecnica dellambiguità, dello stirare il senso
delle parole fino a far loro dire tutto e il contrario
di tutto, che se da un lato smorza i conflitti, dallaltro
rende impossibile pensare con chiarezza, ed esercitare
già fin nelluso delle parole quella responsabilità
personale (rendersi conto di quello che diciamo, farsi
carico di giustificarlo) senza cui non cè
etica. Ecco la risposta di Mancuso: in che senso
la libertà di coscienza sarebbe diversa dalla libertà
di autodeterminazione? Che cosa se ne fa un uomo di una
coscienza libera a livello teorico, se poi, a livello
pratico, non può autodeterminarsi deliberando su
se stesso?.
Ma se non si snida lequivoco che sta dietro questa
opposizione che anche Mancuso riconosce falsa, tutto resterà
comè: un gioco teatrale a colpi di slogan,
parole sequestrate dalle opposte ideologie. Occorre dunque
fare un po di chiarezza sui fondamenti.
Scrive Mons. Betori: Anche se ragionassi in termini
puramente laici, non potrei giustificare un assassinio
dicendo che lho fatto per rivendicare la mia libertà
di coscienza. La legge che punisce lomicidio non
elimina la libertà di coscienza: anzi la piena
libertà dellassassino è il primo presupposto
della condanna. Bene: qui forse per brevità
lespressione libertà di coscienza
è curiosamente usata come sinonimo di libero
arbitrio, come chiarisce lultima frase. Se
lassassino non godesse di libero arbitrio, cioè
della capacità di auto-determinarsi consapevolmente
a unazione, in presenza di alternative, non potrebbe
esserne responsabile, dunque nemmeno imputabile, come
non lo sarebbe una tigre. Dunque per essere imputabile
e punibile giuridicamente, oltre che moralmente responsabile,
lassassino deve essere certamente anche in grado
di autodeterminarsi, e questo lo dice Mons. Betori e non
io! Ma non ho nulla da obiettare. Altra faccenda è
se si possa descrivere un ordinario assassinio come un
caso di azione conforme alle convinzioni e ai più
vagliati sentimenti morali dellagente. Conforme
cioè alla sua coscienza morale perché
di questo io parlavo. Io non lo credo, e mi trovo in questo
in buona compagnia con lintera tradizione platonica,
patristica, scolastica e perfino biblica: è in
qualche modo unassenza, non una pienezza di coscienza
morale (cuore indurito, cecità,
non sanno quel che si fanno) ciò che
sta alla base dellazione moralmente illecita. Purtroppo,
perché lesempio di Mons. Betori sia pertinente,
occorre invece credere che non ci sia nessuna differenza
essenziale fra lassassino e la persona che, magari
dopo aver vagliato fino allestremo limite di scrupolo
e onestà il dettato della propria coscienza morale
(se posso fare un esempio per chiarezza: come nel caso
di Mina Welby), fa una sua scelta, conforme a questo dettato.
A me la convinzione che tra questi due casi non ci sia
alcuna differenza essenziale continua a sembrare un esempio
di nichilismo. Ma anche Mons. Betori è in buona
compagnia, come ciascuno può verificare andandosi
a rileggere la dostoevskiana Leggenda del Grande Inquisitore,
dove il nichilismo pietoso del protagonista
tende la mano agli uomini-bambini: incapaci di distinguere
il bene e il male, incapaci di sopportare il peso delle
proprie scelte, incapaci di convinzioni valoriali e morali.
E rimprovera Cristo: E forse costituita in
modo, la natura umana, che
nei momenti dei più
tremendi, dei più laceranti e fondamentali quesiti
dellanima, possa rimanersene sola con la libera
decisione del cuore?
Quando però Betori afferma
che il principio di autodeterminazione non
è mai stato un caposaldo della dottrina della Chiesa
in fondo ha ragione
Se è per questo le cose, in effetti, non sono andate
molto meglio con la libertà di coscienza, che il
Magistero ecclesiastico riconobbe soltanto in chiusura
del Concilio Vaticano II (Dignitatis humanae): e riconobbe
allora anche la raggiunta maturità morale delluomo,
della persona umana in quanto tale. Riconobbe cioè
la dolce luce dei Lumi e di Kant, sia pure con un paio
di secoli di ritardo e dopo le condanne veementi del 1832
(Gregorio XVI, Mirari vos), del 1864 (Pio
IX, il Sillabo), o lincredibile eppur reale scomunica
al senatore del Regno Alessandro Manzoni. Ma a me pare
che lantimodernismo odierno sia molto più
avvolgente e sinuoso, molto più
avvelenato,
mi si perdoni la parola, perché legato a filo doppio
con una rinnovata tendenza a sabotare i fondamenti di
una cultura della responsabilità personale. Quella
che è sempre mancata al nostro Paese, e la cui
mancanza produce il disastro civile e morale cui assistiamo
quotidianamente. Una tendenza che ha oggi davvero del
diabolico, perché insisto affonda
la sua radice nuova in pieno nichilismo.
Non ho citato a caso il Grande Inquisitore, benché
io sia convinta che questa figura dostoevskiana non si
riduca affatto al rappresentante per antonomasia della
Chiesa cattolica, certamente non amata da Dostoevskij.
Il Grande Inquisitore potrebbe ben figurare fra i grandi
disincantati cui si rivolge lo Zarathustra di Nietzsche,
coloro che hanno visto tutto, ma non hanno
ancora forse superato la compassione per luomo.
Non lo dico per divagare con la letteratura, ma per sottolineare
la differenza fra lantimodernismo tradizionale della
Chiesa e quello, diciamo, recente, cioè posteriore
al (neutralizzato) Concilio Vaticano II. E vero,
Monsignor Betori parla di unacultura dellautodeterminazione
che va contro le radici cristiane della nostra cultura,
e in questo modo sottolinea la continuità fra la
Chiesa che si è opposta, fino al Concilio Vaticano
Secondo, anche alla libertà di coscienza - e quella
che è venuta dopo. Ma guardate come il Magistero
interpreta oggi quella libera decisione del cuore
che possiamo dubitarne? è condizione
necessaria perché un atto abbia valore morale positivo.
La interpreta esattamente come fa il Grande Inquisitore.
Cioè come fosse la pretesa di creare, con la propria
decisione, il bene e il male. Come fosse la pretesa che
ciò che io decido sia bene, tale sia anche. Che
è esattamente il contrario di ciò che da
anni vado dicendo, e questo è pochissimo importante;
ma soprattutto e questo invece è madornale
è il contrario di quello che ci fa intendere
il Cristo quando dice Thalita kumi, svegliati
fanciulla. Quando chiede allanima di risvegliarsi,
di vedere e sentire quanto belli possono essere i gigli
dei campi o quanto male è dare scandalo a un bambino,
e di rabbrividire di questi atti perché sente e
vede (chi ha orecchi per intendere
),
e non perché un altro o la Sharia o una legge dello
stato glielo comanda. Ma oltre al Cristo, è il
dolce lume della nostra maturità morale, orrendamente
tradito dai relativismi, i fideismi tragici, i nichilismi,
i decisionismi, le teopolitiche totalitarie del secolo
scorso, che ci chiede di fondare la norma morale sulla
percezione di valore, su un vederci chiaro del cuore e
della mente, e non sullautorità di un altro,
fosse pure il Papa. A meno che non ci si venga a dire
perché davvero le sorprese non hanno fine
che per la bontà di unazione non conta
che il cuore vi assenta come a cosa giusta. Per esempio,
se una donna cristiana come Mina Welby, nella sua estrema
onestà e sincerità, non avesse sentito come
cosa giusta, avendola vagliata in lunghi anni, che a un
uomo fosse negato il diritto di rifiutare le cure, sarebbe
stato moralmente valido piegarsi allautorità
che le ingiungeva di giudicarla giusta? E quello
che Betori suggerisce: e io non dovrei considerare nichilistico
un simile atteggiamento? E ovvio che il cuore può
sbagliare, ed è verissimo che il cristianesimo
ci insegna in primo luogo a dubitare di noi stessi e della
trave nel nostro occhio. Vuol forse dire questo che non
dobbiamo poter vagliare con la nostra testa e il nostro
cuore qualunque decisione che dobbiamo prendere? E non
è, come mi sembrava di aver scritto chiaramente,
precisamente perché, anche dove la legge non interviene,
si può agire in un modo o nel modo contrario, che
agire bene (cioè secondo ciò che è
moralmente dovuto) ha un valore morale, e agire santamente,
cioè oltre ciò che è moralmente dovuto,
può essere sublime? Ma una cosa buona o una sublime
può mai farsi per forza, perché è
proibito fare altrimenti? Che valore morale avrebbe unazione
fatta non per convinzione ma per rispettare la legge?
Ma torniamo al punto. E incredibile come uomini
di Chiesa, e fra questi fini commentatori della Bibbia,
accettino lalleanza con un pensiero come
quello di quellOdo Marquard citato da Ferrara nella
sua risposta al mio intervento per il quale la
libertà di coscienza e di autodeterminazione morale
equivale a bandire il trascendente dal nostro orizzonte,
sostituendo il proprio arbitrio soggettivo a Dio. Questa
è una tesi storicamente e filosoficamente falsa.
Quando chiedo con tutta intera la tradizione filosofica
e teologica cristiana di poter vedere le ragioni
per le quali unazione è retta (Anselmo dAosta)
e lopposta no, per regolarmi di conseguenza portando
tutta intera la responsabilità dei miei eventuali
errori, è forse perché voglio mettermi al
posto di Dio, autoprodurre il bene e il male,
come scrive il Patriarca di Venezia (Il Foglio,
3 ottobre 2008, articolo di M. Burini)? Ma come si può
aver dimenticato che proprio al contrario, per liberare
dallarbitrio del potere e dalla sudditanza servile
o infantile la coscienza morale almeno la coscienza
morale (ma anche la grazia di poter prestare ascolto al
soffio del divino, per chi lha) abbiamo riconosciuto
alla coscienza di ogni persona umana adulta, indipendentemente
da sesso religione o non religione, il diritto-dovere
di chiedersi in ogni istante della vita: perché?
Questa domanda è la profonda radice comune delletica
e della logica: e non è nichilismo quello di chi
non ci crede capaci ne delluna né dellaltra?
Ma andiamo alla radice delle cose, una volta per tutte!
Oggi il linguaggio delle gerarchie, a partire dallo stesso
Papa, fa leva precisamente sulla tesi che se Dio
non cè tutto è permesso
che è precisamente la premessa nichilistica del
ragionamento del Grande Inquisitore. Il nichilismo, attenzione,
non sta affatto nellipotesi che Dio non ci sia
ci mancherebbe! Perché se questa ipotesi, o lipotesi
che ci sia, qualunque cosa significhino, si potessero
confermare o escludere in base alla nostra ragione, non
si vede cosa ci starebbe a fare la fede, o la sua assenza
in che cosa si distinguerebbero da opinioni più
o meno ragionevolmente ben fondate. Il nichilismo almeno
virtuale, invece, sta precisamente nellintero condizionale
che non a caso torna e ritorna in bocca a certi
personaggi dostoevskiani, o nietscheani. Se Dio
non cè tutto è permesso vuol
dire in primo luogo, nella brutale versione ciellina,
che ha il vantaggio della sincerità: se non
sei credente (anzi cattolico) sei moralmente incompetente
sei virtualmente un assassino. Perciò io
Chiesa, dato che tu non hai legge morale, chiederò
allo stato di istituire norme giuridiche che sopperiscano
alla tua incompetenza morale (sto quasi-citando la tesi
di don Angelini, Il Foglio, 3.10.08, articolo
di Burini). E vuol dire dunque, in secondo luogo: Se
Dio non cè, dio sono io. E qui il nichilismo
si fa improvvisamente chiaro: quella stessa auto-deificazione
che veniva imputata alluomo moderno (e che invece
luomo moderno ha strenuamente combattuto, fra laltro,
con la distinzione fra diritto, religione e morale e la
critica radicale di ogni teopolitica, tanto è vero
che fu il costituzionalista di Hitler, Carl Schmitt, e
non gli eredi di Locke, a riportare in auge questo concetto)
ora la si vuole rendere addirittura fonte di legislazione,
radicando lo Stato e le sue leggi in una confessione religiosa.
Bisogna dunque fare come se Dio ci fosse:
non è questa la tesi del Papa? Dio cito
Giuliano Ferrara che come nellantica
e medievale teodicea, porta il fardello del male nel mondo,
magari attraverso il suo angelo caduto. Se no, niente
resta per la fede petrina
niente per la chiesa e
per il Papa. In chiaro: nella legge dello Stato
bisogna far posto allistituzione che rappresenta
Dio, anche se non cè. Sto citando un ateo,
che continua a definirsi devoto benché sia difficile
capire a cosa. Apprezzo il suo gusto per le battaglie
di idee. Ma mi perdonino gli amici che mi hanno rimproverato
un eccesso di aggressività, mi perdoni Ferrara
stesso: questo non è cinismo, oltre che nichilismo?
Affermare che la Chiesa debba governare le coscienze in
nome di Dio, e governare anche le decisioni delle persone
attraverso le leggi dello Stato, precisamente perché
Dio non cè? E se mi dite che la sua non è
la posizione della Chiesa, allora perché molti
intellettuali cattolici continuano a ribadirla, inclusa
la confusione dellautonomia morale con larbitrio
soggettivo? E allora, finiamo di andare a fondo di questo
concetto. Perché mai se Dio non cè
tutto dovrebbe essere permesso? Affermarlo è affermare
che se Dio non cè, nessuna cosa ha valore,
positivo o negativo: non ci sono cose preziose e fragili
che dobbiamo proteggere, non ci sono azioni orrende o
anche solo gesti volgari che dobbiamo evitare, e così
via. Ma come si può affermare una cosa del genere?
Solo a patto che lesistenza dei valori dipenda da
quella di Dio. Ma questo è vero solo se è
vero che il bene è tale perché Dio lo vuole,
e non invece che Dio (se cè) vuole il bene
perché è bene. Infatti, solo dalla prima
segue che se Dio non cè non cè
niente che sia bene o male in sé. Dalla seconda
non segue affatto. Dio vuole il bene perché è
bene se cè. E se non cè,
il bene di uninfanzia felice resta tale, il male
di uninfanzia straziata pure.
Fu Platone, nellEutifrone, a mostrare che lalternativa
che poi si chiamò volontaristica conduce
al nichilismo, ed è la rovina delletica.
La quale è laica o non è, esattamente per
questa ragione: che deve essere sottratta allarbitrio
di coloro che parlano in nome di Dio (e ciascuno porta
un dio diverso) e allautorità non criticamente
vagliata della tradizione. E concludo qui la mia risposta
alla sua domanda sulla Chiesa cattolica e il principio
di autodeterminazione. Tutti i Padri greci nella
misura in cui sono platonici; Agostino; Anselmo; Tommaso;
il grande gesuita, libertario in metafisica, Luis de Molina;
per non parlare evidentemente di filosofi altrettanto
universali come Leibniz (che a mutare idea su questo punto
cercò di indurre i Luterani e i Calvinisti): tutti
questi maestri hanno seguito Platone nel dilemma dellEutifrone.
Il bene non è tale perché voluto da Dio,
ma Dio vuole il bene perché è bene. Solo
pochi fra i filosofi del Novecento europeo Moritz
Schlick, Husserl, Scheler e gli altri fenomenologi, e
almeno due grandissimi cristiani come Albert Schweitzer
e Dietrich Bonhoeffer seguirono questa via, che
è naturalmente la dolce via dei Lumi.
(Devo aggiungere allora che labissale
e irrazionalistico, cioè volontaristico, fideismo
che Ferrara mi attribuisce mi è tanto estraneo
quanto il suo vero complemento, la teopolitica?) Quasi
tutti gli altri presero laltra via, considerando
piattamente razionalistica la tesi platonica,
e adottarono le forme moderne del volontarismo: decisionismo,
relativismo, fideismo. Negarono che ci fosse verità
o falsità, accessibile alla sensibilità
e alla ragione puramente umane, in materia di valori e
norme. Legarono il giudizio di valore non allattenta
coscienza e alla (perfettibile ricerca di) conoscenza
delle persone, ma alla nuda, irrazionale volontà
di un soggetto fosse un soggetto politico nellarena
di un conflitto o di una guerra, fosse questo o quel dio
o destino dellOccidente o dellOriente. O ultimamente,
con lultima generazione di teopolitici, fosse una
chiesa. Si poteva sperare che, con una così forte
tradizione anti-volontaristica alle spalle, la Chiesa
cattolica non seguisse questa maggioranza. E invece lha
fatto, e lo conferma ogni giorno di più. Per questo
ho detto che lantimodernismo di oggi, certamente
in continuità con quello di ieri, ha però
un fondamento diverso e peggiore.
Dalle parole della sua lettera traspare
il grande travaglio intellettuale ed emotivo che ha accompagnato
la maturazione di questa decisione. Perché proprio
ora ha deciso di dare laddio alla Chiesa cattolica?
Sono
anni che la Chiesa va ripetendo le posizioni che lei ha
appena citato, anche in relazione alla fine della
vita. Episodi come il rifiuto di concedere i funerali
religiosi a Piergiorgio Welby sono stati molto più
eclatanti nel rivelare una totale mancanza di pietas cristiana
da parte delle gerarchie ecclesastiche. Perché,
dunque, proprio ora?
Quella lettera è breve, ma non è la prima.
E sono proprio questi anni che lei menziona, quelli che
hanno finito per averla vinta sulla speranza che il divino
possa abitare un istituzione terrena senza perdersi.
Mi permetto di riprodurre qualche passo di Sullo spirito
e lideologia: una vera e propria Lettera ai cristiani,
che uscì nellinverno del caso Welby.
Mi accorgo che il tema di questa lettera è
da capo a fondo quello dellideologia, e comincio
forse a sentire la radice della pena che mi spinge a scrivere:
lideologia mi è apparsa come lantitesi
dello spirito, e insieme come la sua contraffazione diabolica,
e il dubbio mi ha presa che questa contraffazione diabolica
minacci dallinterno ogni fede che si fa istituzione
terrena. Per questo è soprattutto a voi che scrivo,
amici che più di me sapete cosa sia spirito,
dato che è un nome di Dio. Perché spero
che mi liberiate da quel dubbio che altri, forse
i più, danno per scontata certezza, al punto che
chiesa ha assunto nel linguaggio comune anche
il senso di setta o partito. Ma
io ancora dubito, dubito soltanto. E mi aggiro per questo
Paese, e non posso fare a meno di stupire per la bellezza
delle sue innumerevoli chiese, per lincanto dei
suoi monasteri, per la povera, affamata fatica dei suoi
cercatori di spirito, per lo splendore delle loro antiche
biblioteche, per la luce di alcune delle loro parole
delle vostre, amici. E penso che di molti mali è
stato chiesto perdono, che di alcuni ancora forse non
si ha chiara coscienza
Ma di questo? Come tacere
di questo, che è così pervasivo e sinuoso,
così inafferrabile e cangiante: lideologia.
E come parlarne, con un po di chiarezza, e onestamente?
Lungi dal liberarmi da quel dubbio, e pur restando intatta
la mia gratitudine per tutti quelli che, fuori e dentro
la Chiesa, hanno trovato non infondate le mie domande,
la maggior parte delle risposte che ho ricevuto mi ci
hanno ricacciata in pieno. Non tanto per le stroncature,
che pure ci sono state, quanto perché in troppe
quasi-risposte mi si mostrava, lo dico con grande tristezza,
il volto bifido dellipocrisia, paradossalmente di
unipocrisia che non sa più di esserlo, che
forse è in buona fede ma questo è
anche peggio, perché è come se lintegrità
della coscienza fosse incrinata dalla sudditanza del cuore
(che è cosa toto genere diversa dallobbedienza
al vero). E poi il dolciastro della melassa solidaristica,
a condire il rifiuto di onorare la solitudine della coscienza
personale, e la confusa dialettica della relazione a offuscare
la negazione della responsabilità ultima che ciascuno
porta di se stesso. Ecco un esempio. Ero rimasta esterrefatta,
in occasione del caso Welby, di leggere o udire sulla
bocca dei politici frasi di questo genere: la legge
deve garantire la libertà di scegliere la vita,
e non di scegliere la morte 1. Ma come si fa a scegliere
la vita, se la morte non è unopzione? E
un uso del verbo scegliere che lo svuota di
senso. Ma poi ho dovuto constatare che perfino da parte
di filosofi, sia pure cattolici intendo dire di
persone per le quali la logica dovrebbe essere ancora
più che per tutti noi letica del pensiero
venissero uscite di questo genere: La persona
non è libera di disporre di sé e degli
altri, ma è libera di prendersi cura di sé
e degli altri, in nome di quel Dio che abita dentro la
coscienza
. E un esempio recentissimo,
da una lettera sullAvvenire, direttamente
rivoltami (Paola Ricci Sindoni, 5/10/08). Ma come si fa
a essere liberi di prendersi cura di sé e degli
altri, se il non farlo non è unopzione? E
chi ha detto che chiedere per sé o per altri una
morte dignitosa non sia prendersi cura, ma
sia disporre della vita, propria o altrui?
E come è possibile dare per ovvio che disporre
di sé sia identico a disporre per altri,
quando appunto questo era il punto in questione? Un controsenso
logico e due assunzioni infondate in una sola frase: in
una lettera dove si dice di avermi ascoltata. Quando appunto
le questioni che avevo posto (e da anni) sono nascoste
e uccise sotto quelle tre fallacie. (Chiedo perdono di
questa franchezza, cara Paola che mi chiedi di ascoltarti
a mia volta: ma è proprio questa mistura di richiamo
affettivo e di indifferenza logica che, per il mio modo
di sentire, inquina il cuore, la cui purezza non prescinde,
anzi si nutre, dellamore di evidenza e di esattezza).
Tutto questo alimentava una delusione crescente e inaspettata.
Inaspettata (nonostante il facile sarcasmo di quelli,
a me prossimi, che non avevano mai sperato) per me che
mi ero letteralmente innamorata della bellezza e della
bontà di alcuni veri testimoni del divino, anche
dentro questa Chiesa. E non per tradizione famigliare,
ma per gratitudine nei loro confronti, oltre che per il
deposito di sapienza che i secoli cristiani hanno accumulato,
sostavo volentieri sulla soglia delle chiese, e in qualche
modo nutrivo una speranza di liberarmi di quel dubbio.
La delusione è stata tanto più cocente quanto
più cresceva intorno a noi luso sfacciatamente
ideologico e politico del nome di Dio. Né ora né
mai, certo, cesserò di amare gli uomini e le donne
veramente divini nella loro semplice, del tutto
ignota umanità che ho incontrato, e a cui
debbo il pochissimo di luce di cui ancora vivo. Ma se
prima ne dubitavo, ora ne sono certa: santi e veri sapienti
ce ne sono ben pochi, ma ce ne sono dappertutto, perfino
dentro le chiese, e purtroppo non le riscattano. E perché
dovrebbero, del resto? Loro sono infinitamente oltre,
sono vicini al vivo che è quanto di più
lontano ci sia dalle battaglie: se le sono già
tutte lasciate alle spalle. So bene, del resto, che anche
con queste parole, con questo nuovo intervento, io vengo
inevitabilmente (mi scuso della brutta parola) usata
da una parte, per averne respinto unaltra. Nonostante
il mio motivo unico fosse lo spavento per quei paraocchi
del cuore e della mente che sono le ideologie, e nonostante
che della parola cattolico io non abbia amato
il suono, ma il senso etimologico, il senso antico. Potevo
scrivere mille lettere, o non farlo: era lo stesso. Ma
il nostro non è solo il paese dei guelfi e dei
ghibellini, è anche un paese dallanima teatrale.
Efficaci almeno per unora, sulla piazza
sono solo le rappresentazioni e i gesti, non i pensieri
e gli argomenti. E così è stato anche della
mia piccola vicenda.
Nel
suo articolo pubblicato sul Corriere Vito Mancuso, dopo
averle dato completamente ragione nella disputa
con mons. Betori, chiude con parole di ottimismo: Ho
fiducia nello Spirito: come la Chiesa è giunta
ad accettare la libertà di coscienza sulla dottrina,
così giungerà ad accettare la libertà
del soggetto rispetto alla propria (alla propria, non
a quella altrui!) vita biologica.
Si sente di condividere questo ottimismo (almeno nel lungo
periodo) o la sua scelta di dire addio è
maturata anche in virtù della perdita irreversibile
di fiducia nello Spirito?
Lo
Spirito il vivo, la brezza che soffia dove vuole,
e non sai donde venga né dove vada io credo
non sia qualcosa in cui si possa cessare di aver fiducia
- senza morire (dentro). Ma credo anche che non abbia
senso pensare che questo vento soffi altrove che nellanima
delle persone: è ciò che ci ravviva, che
ci dà sollievo, che ci rallegra, che spalanca e
approfondisce i nostri orizzonti valoriali, intensificando
indefinitamente la nostra percezione di ciò che
è prezioso e di ciò che è fragile,
e la nostra attenzione al reale e al vero. Ma se è
così, allora non si può separare la fiducia
nello Spirito dallintimo rinnovarsi di un consenso,
e di una prontezza a operare, dove e come lo si sente
soffiare. Vito Mancuso sente che questa Chiesa diventerà
migliore, in quanto sente di poter operare nel suo seno
perché migliore diventi: e io glielo auguro vivissimamente,
e spero che sorga, anche in base al suo esempio, una nuova
generazione di teologi e uomini di spirito che davvero
raccolga la migliore eredità del cattolicesimo,
e rigetti la peggiore. Me lo lasci dire in modo figurato:
tutti noi, almeno una volta nella vita, ci fermiamo a
considerare i nomi che avevamo dato a Dio. Nessuno di
quei nomi, ci insegnano coloro che sono veramente andati
a fondo - i mistici - può corrispondergli veramente.
Ma quei nomi corrispondono forse a quel tanto di buono
che noi possiamo realizzare in terra, e chi fa attenzione
sa che in fondo non è in suo potere scegliere
quei nomi, dato che sul loro sfondo e nel loro senso fa
ogni vera scelta. Così, non è davvero più
in mio potere associare al nome di Chiesa cattolica
una qualche speranza di bene, e di bene che io possa contribuire
a fare. Di più: ho sentito, in seguito allormai
irrefrenabile dilagare, nel nostro Paese, delluso
ideologico e politico del nome di Dio, che non era più
possibile far spallucce al dubbio che alcuni mi avevano
insinuato: ma non sarai anche tu una di quelli che
a parole, o in privato, dissentono, ma poi alla fine con
la loro stessa opera finiscono, magari inconsapevolmente,
per giustificare lingiustificabile?
No, non era più possibile tollerare lequivoco.
E certamente non era facile scioglierlo: un filosofo e
amico, Paolo Spinicci, mi scrive: non riesco a leggere
nelle parole del signor Betori molto più che una
delle voci che rendono la Chiesa quella strana cosa che
è - un coacervo di contraddizioni, di istanze nobili
e di meschinità, di autoritarismo immorale e di
grande generosità umana. E conclude: le voci
peggiori debbono essere contrastate, ed è
forse per questo che non capisco di preciso che cosa voglia
dire chiudere ogni collaborazione con chi abbia
una diretta o indiretta relazione alla Chiesa cattolica
italiana. Ha forse ragione: e della Chiesa
fanno parte non solo molti uomini e donne da cui avremmo
tutto da imparare, ma anche figure come quella di Carlo
Maria Martini, che ognuno di noi è grato di avere
incontrato, o uomini di grandissima cultura e intelligenza,
biblisti come Gianfranco Ravasi o Paolo De Benedetti,
e anche sacerdoti come Abramo Levi e Angelo Casati, e
monaci come Camillo de Piaz e Davide Turoldo, o gli amici
delle comunità di Bose, di Camaldoli, di Fonte
Avellana, di riviste intellettuali e spirituali come Esodo
o Servitium e chiedo scusa ai molti
altri di cui non faccio il nome - per i quali tutti io
continuo a nutrire una profonda, perfino timida ammirazione,
pur continuando a chiedermi perché mai la loro
voce non si senta di più, anche nelle materie del
contendere. Ha ragione, Spinicci: ma non ha forse vissuto
il dubbio che gravi sopra di sé, nonostante tutto,
un sospetto di complicità, o almeno di non assoluto,
radicale dissenso, rispetto a quellautoritarismo
immorale ma inzuccherato damorosa indulgenza e avvolto
nei sofismi che è oggi il volto dominante
purtroppo- del cattolicesimo italiano. La differenza è
la filosofia, che non è una disciplina accademica
ma un modo di vivere e pensare, e in questo senso una
vocazione oltre che un mestiere: ed è quel modo
di vivere e pensare appunto che non può né
sul breve né sul lungo periodo allignare nellabbraccio
di un coacervo di contraddizioni.
Per concludere, dunque, su questultima domanda:
il mio addio resta tale, in tutti i sensi del termine,
compreso quello etimologico. Come tale resta la mia ammirazione
per i santi (non sono certamente tutti quelli del calendario!),
quelli morti e i viventi doggi, che sono nella Chiesa
(e per quelli che ne sono fuori). Ci sono veramente molte
e diverse strade che puntano forse, e se non ci illudiamo
troppo, verso quellirraggiungibile ultima, sempre
nuova e sempre nascente vita del nostro vivere che chiamiamo
lo Spirito, o il divino: e la via che porta di fatto il
nome di cattolica non è la mia, per
infinitamente irrilevante che questo sia, su questa terra
e in cielo.
Nota:
1 La frase è stata pronunciata da Rosy Bindi, che
pure è una persona di grande onestà e buona
volontà, nel corso della trasmissione Otto
e mezzo seguita alla morte di Welby.
Fonte:
MicroMega
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