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LA CRISI CHE NON FRENA IL COMMERCIO DI ARMI

di Amedeo Lomonaco
da Radio Vaticana - 11 giugno 2009


C’è un settore che continua ad essere fiorente nonostante la recessione economica. E’ il mercato delle armi, che nel 2008 ha fatto registrare la cifra record di 1464 miliardi di dollari. E’ quanto emerge dal Rapporto annuale dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace (Sipri) di Stoccolma. Al primo posto nelle spese militari ci sono gli Stati Uniti, con 607 miliardi di dollari. Seguono Cina e Francia, con una spesa nel 2008, rispettivamente, di 85 e 65 miliardi di dollari. Perchè il mercato delle armi continua ad essere prospero anche in questo periodo segnato dalla recessione economica? Amedeo Lomonaco lo ha chiesto a Maurizio Simoncelli dell’Archivio Disarmo:

R. - Perché in questi anni si è portata avanti una politica internazionale che risentiva fortemente del clima creato dalla guerra al terrorismo. Contemporaneamente, abbiamo vissuto un’epoca in cui sembrava che i problemi potessero essere risolti con la forza militare. Purtroppo, questa politica ha dato i frutti che vediamo e, a mio avviso, assisteremo ancora per alcuni anni a quest’incremento delle spese militari.

D. - Auspicando scenari privi di conflitti, nel contesto mondiale attuale uno Stato può realmente prescindere dagli armamenti?

R. - Oggettivamente, a parte alcuni piccoli casi, non si può oggi pensare effettivamente di vedere Stati disarmati. All’interno di questo quadro, però, possiamo anche immaginare delle politiche finalizzate ad una cooperazione, che creino legami di rafforzamento nelle sedi internazionali che possano contribuire a raffreddare le aree di conflitto. I contingenti militari possono essere utili come forze di peacekeeping, ma non devono essere lo strumento per risolvere i problemi perchè una guerra genera inevitabilmente, prima o poi, altre tensioni, altri conflitti.

D. - Inoltre, si deve anche risolvere il contrasto, sempre più stridente, tra gli interessi economici delle società produttrici di armi e l’impegno della comunità internazionale che cerca di risolvere questi conflitti…

R. - Certamente. Ci sono grandi interessi, ma quello che va sottolineato, tra l’altro, è che questi grandi profitti delle aziende del settore militare non si traducono immediatamente - come era sempre stato detto - in un aumento occupazionale. I dati a livello internazionale ci fanno vedere in modo chiarissimo che ci troviamo di fronte ad un aumento netto dei fatturati di queste aziende, ma anche ad una contrazione continua e prolungata dell’occupazione. Addirittura, a livello europeo, si prevede che nei prossimi anni, a fronte di una crescita continua di queste spese militari, ci saranno addirittura 30 mila posti di lavoro in meno.


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