approfondimento
 

QUELLO CHE RESTA DEL DEBITO ESTERO
intervista a Riccardo Moro

di Stefano Leszcynski
da Segno - 1 gennaio 2008


Riccardo Moro è un economista che ragiona come un fine filosofo ed è pragmatico come il più combattivo degli attivisti delle Ong. Quando gli chiedo di tracciare per Segno le origini del problema del debito estero dei paesi poveri, per un momento ho l'impressione che si sia sbagliato e mi stia parlando della crisi dei mutui americani. Il paragone non credo che sia del tutto campato in aria, anzi potrebbe portare finalmente molta gente a comprendere il dramma di quella che Giovanni Paolo II, durante il Giubileo, aveva definito come una nuova schiavitù, "la schiavitù del debito". Tutto ha inizio negli Anni '70 con il boom dei prezzi del petrolio e la grande disponibilità finanziaria che dai paesi produttori si era riversata nelle grandi banche internazionali. Questa enorme quantità di denaro venne offerta sui mercati finanziari a tassi molto bassi e un gran numero di paesi poveri approfittò dell'occasione per indebitarsi. I tassi d'interesse però esplosero dopo circa un decennio, spinti da politiche monetarie restrittive varate per combattere l'inflazione; anche il valore del dollaro crebbe e il suo ruolo di moneta di riferimento fece aumentare ancora di più il costo delle rate dei mutui stipulati dai paesi poveri. Molti paesi allora, come molti mutuatari oggi, si ritrovarono con l'acqua alla gola e il più delle volte nell'impossibilità di pagare. Per salvare il sistema creditizio dalla bancarotta intervennero i governi dei paesi più ricchi, che attraverso la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, iniziarono a prestare soldi ai paesi poveri affinché potessero pagare i loro debiti con le banche. Insomma, una "sostituzione dei mutui" con delle clausole però che finirono per indebolire ulteriormente le già fragili economie dei paesi indebitati.

Professor Moro, debito estero e sviluppo sembrano rappresentare un binomio inscindibile. Come possiamo leggere questa situazione oggi?

Partiamo dal presupposto che la parola "sviluppo" è una parola quanto mai equivocabile, anche perché in passato l'abbiamo usata come una evoluzione migliorativa della parola progresso in senso strettamente tecnologico. Più recentemente abbiamo usato, per amore del politicamente corretto, la parola "sviluppo" per fare riferimento a una sorta di evoluzione sociale, con un maggiore protagonismo delle persone e delle comunità. È un fatto, però, che oggi si sia caduti nella trappola ideologica di identificare per sviluppo ciò che è avvenuto nel nord del mondo e, segnatamente, in occidente.

Questo sembra essere uno dei paradigmi della globalizzazione. Sono stati veramente così pochi i benefici?

É apparso evidente che applicando, o semplicemente "scimmiottando", ciò che faceva il Nord non si è ottenuta una riduzione della povertà o un miglioramento del benessere. Grazie anche alla riflessione di eminenti economisti è stata introdotta un'attenzione nuova su quello che viene definito sviluppo umano, incentrato non tanto sui modelli da seguire, quanto sui processi da mettere in atto perché una comunità possa scegliere il proprio futuro e lavorare per metterlo in pratica. Per sviluppo intendiamo, infatti, un processo che rende manifesta una cosa che già esiste, ma che prima era del tutto latente (come per lo sviluppo dei caratteri sessuali o della pellicola della macchina fotografica). Questo significa che non c'è una direzione precisa da seguire, ma che bisogna capire con responsabilità che cosa è opportuno cambiare nelle condizioni attuali per ottenere un miglioramento.

Un cambiamento che si è cercato di sintetizzare nei famosi Obiettivi del Millennio. Troppi forse per essere considerati realistici?

No, perché la quantità deriva dal fatto che gli obiettivi possono non essere uguali per tutti. Nell'attuale contesto globalizzato, in cui le interazioni sono molto più consistenti rispetto al passato, bisogna compiere un esercizio di responsabilità su due livelli: prima quello nazionale, in cui ogni comunità deve essere protagonista delle proprie scelte; poi, quello che ci è dato dalla globalizzazione stessa e che implica che qualunque percorso noi intraprendiamo ha delle conseguenze sugli altri. Gli Obiettivi di sviluppo del Millennio rappresentano un tentativo, anche se necessariamente parziale, per trovare un linguaggio comune. Tuttavia, hanno permesso di dare centralità alla lotta alla povertà, incentrandola sulla dignità della persona umana, con un'enfasi che ieri era molto più retorica e non era concretizzata in obiettivi visibili. Questo è sicuramente un elemento positivo.

Il conseguimento di questi obiettivi richiede un notevole investimento di risorse finanziarie, spesso però si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un pozzo senza fondo...

È facile fare delle generalizzazioni, anche poco rispettose sia della verità sia delle persone che sono protagoniste di questi percorsi. Certo, in passato molti programmi di cooperazione sono risultati inefficaci e la corruzione è stata un fenomeno sentito anche a livello di cooperazione internazionale, oggi tuttavia i flussi di denaro destinati alla realizzazione di progetti di cooperazione sono molto più controllati rispetto al passato. Detto ciò, bisogna anche sottolineare che il flusso di denaro pubblico che va nel sud del mondo a tentare di finanziare lo sviluppo è un flusso di denaro estremamente piccolo. Molto più consistente è la dimensione degli investimenti esteri diretti. Oggi, comunque, non basta più investire solo sulla cooperazione, ma dobbiamo anche preoccuparci delle regole del commercio e di come si attirano le risorse finanziarie.

Il debito estero è sempre stato visto come il grande male delle economie povere, di qui la campagna per la cancellazione del debito. È servita a qualcosa da un punto di vista economico?

Là dove la cancellazione del debito è stata fatta in modo quantitativamente consistente, o addirittura azzerando il servizio del debito (la cifra che ogni anno si deve pagare per interessi e rata di rimborso), i paesi hanno potuto disporre di risorse necessarie a finanziare i servizi e la spesa sociale.

Un discorso valido anche per quei paesi che comunque non avrebbero mai potuto pagare il debito per assenza totale di risorse?

Sì, perché in realtà non è vero che non lo pagassero. Molti paesi africani, che non avrebbero mai potuto estinguere il debito, pagavano comunque delle cifre che erano di 4 o 5 volte superiori alla loro spesa sociale. Anche per non rimanere tagliati fuori dal contesto delle donazioni internazionali.

Oggi possiamo considerare risolta la questione del debito?

Assolutamente no. Possiamo però affermare che là dove il debito è stato ridotto i risultati sono positivi. La possibilità di avere risorse per aumentare la spesa corrente nel settore pubblico e nel settore sociale significa poter pagare qualche stipendio in più e dunque avere degli ospedali o delle scuole che possono funzionare un po' meglio rispetto a quanto capitava prima. In generale però c'è ancora moltissimo da fare, soprattutto perché non tutti i paesi hanno potuto beneficiare della riduzione del debito. E questo comporta una situazione che in termini di dati aggregati è assurda, perché se si va a vedere questi dati il servizio del debito in Africa sub-sahariana è complessivamente aumentato rispetto a quello che c'era prima.

Esiste a livello internazionale la volontà di andare avanti per questa strada?

La cancellazione del debito in favore della lotta alla povertà ha avuto nel Giubileo il momento di massima attenzione e il momento in cui è cambiato il comportamento internazionale, perché fino a quel momento gli Stati creditori non avevano dimostrato alcuna disponibilità a farlo. C'è stata una progressione, con il rischio anche di molta retorica. In quell'occasione, infatti, si è ottenuta esclusivamente la cancellazione dei debiti bilaterali e non veniva assolutamente toccato il debito multilaterale, quello cioè con la Banca mondiale e il Fmi. Dal 2005, grazie anche al fatto che le reti della società civile internazionale hanno sempre spinto in questa direzione, si è ottenuto di cancellare anche il debito multilaterale. Oggi questi temi non hanno più una così grande visibilità quotidiana, però sarebbe sbagliato dire che non se ne parla più del tutto.

Da economista si può dire ottimista per quanto riguarda la nascita di una economia sociale, se così si può definire?

Innanzitutto, l'economia non è una cosa asettica, l'economia è del tutto politica. È questione di interessi che si confrontano e che si misurano economicamente, ma non solo. Dunque, in un quadro di questo tipo è evidente che ci siano attori che hanno a cuore la dignità universale delle persone e attori che questo interesse perseguono meno. Io non credo che sia sano immaginare un mondo perfetto, irreale, molto buono, però è pur vero che delle dinamiche positive esistono e vanno valorizzate.


sito web del centro studi economico-sociali per la pace di pax christi italia