approfondimento
 

L'EUROPA ARMATA BATTE LA RECESSIONE

di Antonio Vanuzzo e Stefano Vergine
da IFG Online - 15 maggio 2009

Crisi finanziaria, produzione industriale a picco, calo degli investimenti. Sono i sintomi della crisi economica che ha colpito il Vecchio Continente. Un settore continua tuttavia a macinare utili: è quello legato all’industria militare. Gli Stati investono i soldi dei contribuenti nella Difesa promettendo nuovi posti di lavoro. Ma la realtà è un'altra.

L’ultimo caso è quello degli F35 Joint Strike Fighter, aerei militari che il Governo italiano vuole comprare per ammodernare la propria flotta. La ditta a capo della commessa è l’americana Lockheed Martin Aeronautics, leader mondiale nella produzione di jet da combattimento, la stessa azienda finita nell’occhio del ciclone negli anni ’70 per le tangenti legate alla fornitura di aerei da trasporto.
Questa volta i cargo non c’entrano: la Lockheed dovrebbe fornire allo Stato italiano 131 caccia bombardieri, il cui costo ufficiale si aggira intorno ai 13,5 miliardi di euro. All’inizio d’aprile il ministero della Difesa ha presentato in Parlamento il progetto, ricevendo il via libera della Commissione competente al Senato: da quando la commessa entrerà in fase di produzione (i primi caccia dovrebbero essere pronti nel 2014) saranno necessari circa 1,3 miliardi all’anno per saldare il conto entro il 2026. Soldi che, ha spiegato il Governo, giungeranno sia dal bilancio ordinario della Difesa sia da fondi extrabilancio. E proprio sulla questione dei finanziamenti sono nate le polemiche più aspre. Se è vero che buona parte delle risorse necessarie alla realizzazione dei caccia tornerà nelle casse delle aziende italiane (Finmeccanica, controllata dal ministero dell’Economia, parteciperà al progetto attraverso Alenia Aeronautica e Avio, che costruiranno le ali e i propulsori dei caccia), c’è chi pensa che in un momento di crisi economica come quella attuale gli stessi fondi dovrebbero essere utilizzati per altre iniziative. Proprio nei giorni in cui la Commissione Difesa discuteva del programma Joint Strike Fighter, sedici consiglieri regionali del Trentino Alto Adige hanno presentato una mozione per sollecitare il Parlamento "a rivedere la scelta di aderire al programma pluriennale relativo all’acquisizione dei caccia JSF, e ad utilizzare gli stanziamenti pluriennali per finanziare politiche attive di sostegno ai lavoratori che in questo periodo di crisi sono a rischio disoccupazione". Critica che prende spunto dai soldi messi a disposizione dal Governo per ridurre l’impatto della crisi. Considerando le due manovre effettuate nell’ottobre 2008 e in febbraio, le risorse ammontano ad un totale, riferito al 2009, di 5,4 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti gli 8 miliardi derivanti dal Fondo sociale europeo, che serviranno per finanziare la cassa integrazione nei prossimi anni. Fatta la somma si arriva ad un totale di 13,4 miliardi di euro: esattamente 100 milioni di euro in meno rispetto a quelli necessari, da qui al 2026, per realizzare i caccia bombardieri JSF.

Più armi, meno lavoratori – I sostenitori europei della spesa militare non hanno dubbi: i programmi intergovernativi costituiscono uno stimolo all’occupazione. Il paradigma, di keynesiana memoria, si scontra però con una nuova tendenza. Da qualche anno il comparto armiero del Vecchio Continente non è più una fabbrica di occupati. E’ quanto emerge da un recente studio condotto da Gianni Alioti, sindacalista Fim – Cisl, sulla base dei dati occupazionali elaborati dalla Aerospace and Defence Industries Association of Europe (associazione che riunisce i principali attori del settore difesa e aerospazio in Europa). Negli ultimi venticinque anni, dal 1981 al 2006, l’industria aeronautica – che assieme al navale genera la stragrande maggioranza dei ricavi della difesa europea – ha raddoppiato il suo fatturato da meno di 40 a 88 miliardi di euro l’anno (al netto dell’inflazione), mentre gli occupati del settore sono passati dai 579.000 dei primi anni ’80 ai 448.900 del 2006. Numeri che rispecchiano l’andamento dell’aeronautica tricolore, che dal ’90 ad oggi ha perso il 34% degli occupati ma ha visto crescere il fatturato del 167%. In altre parole: il lavoro aumenta, i lavoratori no. Inoltre il 46% dei nuovi posti creati (dati Cisl) si concentra in uffici pubblici governativi e non nel settore industriale, senza perciò innescare quel circolo economico virtuoso che alimenta le migliaia di piccole e medie imprese. Le argomentazioni dei critici sono avvalorate da uno studio della University of Massachussetts: nel 2007 i ricercatori dell’ateneo americano hanno confrontato un ipotetico investimento di un miliardo di dollari in diversi settori dell’economia. Fatte salve le differenze tra il sistema industriale europeo e quello statunitense, il risultato del confronto è impietoso. Se investendo un miliardo nella Difesa si generano 8555 posti di lavoro, con la stessa cifra se ne possono creare 12883 nella sanità e più del doppio nell’area educazione (17687).
Dunque, se gli investitori pubblici e privati guadagnano – le azioni delle industrie belliche possiedono infatti una bassa volatilità, grazie alla durata pluriennale dei contratti e alla garanzia fornita dagli stanziamenti statali – i benefici per il territorio sono decisamente scarsi.

Che fine ha fatto l’Eurofighter? – Il JSF non era l’unica opzione per ammodernare la flotta italiana. L’altra possibilità è l’Eurofighter Typhoon, un caccia prodotto dal consorzio EADS – controllato da Francia, Germania e Spagna – a cui partecipano altre società europee. Tra queste ci sono anche Alenia Aeronautica e Avio, le stesse compagnie italiane impegnate nella costruzione degli F35 JSF. Ma negli ultimi tempi il programma Eurofighter sembra essersi arenato: oltre al no della Gran Bretagna, ufficialmente “per motivi di budget”, anche l’Italia ha preferito appoggiare i caccia americani. Fermare il programma Eurofighter significa lasciare senza lavoro 100mila persone impiegate in 400 aziende europee. E allora perché scegliere i caccia made in USA? «Qui decide Finmeccanica», è il commento ermetico di Alfredo Mantica, attuale sottosegretario al ministero degli Esteri. Che la procedura parlamentare necessaria per la scelta dei fornitori dei nuovi caccia non sia stata trasparente si evince dalle parole della senatrice del PD Silvana Amati: «La maggioranza non ha aderito alla richiesta di approfondire la fase istruttoria con audizioni dei soggetti interessati, da Avio e Alenia alle sigle sindacali coinvolte». Una spiegazione più chiara la fornisce Alessandro Politi, direttore dell’Osservatorio Scenari Strategici della società di ricerca Nomisma: « Quando le industrie vengono privatizzate e si comportano in modo privatistico il denaro è re. Se lo Stato non le sostiene, queste devono fare soldi, come dimostrano le scelte di Finmeccanica. La mossa europea di produrre un jet con la propria tecnologia sarebbe stata azzeccata, ma ormai l’F35 si è piazzato in modo autorevole ed un programma post Eurofighter probabilmente non ci sarà mai. Insomma, gli americani hanno vinto».

I campioni d’Europa – Al di là della querelle politico – strategica sulla commessa JSF, i numeri dimostrano che uno dei pochi settori europei in grado di battere la crisi, finora, è stato quello delle armi. A certificarlo sono i bilanci delle più importanti aziende produttrici di sistemi militari, che alla fine del 2008 hanno registrato risultati in netta controtendenza rispetto al mercato. Mentre le società bancarie, assicurative e manifatturiere annunciavano perdite disastrose, il comparto della Difesa ha fatto segnare ricavi a doppia cifra. A sorridere sono stati tutti i leader del settore, dall’aerospazio all’information technology, dai sistemi navali a quelli missilistici. L’italiana Finmeccanica ha registrato utili per 620milioni di euro e ricavi in aumento del 12% rispetto al 2007. La francese Thales, specializzata nell’elettronica per la difesa, ha guadagnato 650 milioni e ha visto aumentare il numero di ordini del 14% sul 2007. Meglio ancora ha fatto l’inglese BAE Systems, i cui utili sono passati dal miliardo di euro del 2007 ai quasi due miliardi (1,95) dell’anno appena trascorso. Resta nelle mani del consorzio EADS la leadership europea: nonostante i dubbi sulla commessa Eurofighter, la società ha infatti guadagnato 2,8 miliardi di euro, con ricavi in aumento dell’11% rispetto al 2007.
Cifre notevoli, che stridono se confrontate con la situazione economica del Vecchio Continente. Secondo Eurostat, l’ufficio statistico della Commissione Europea, nel febbraio del 2009 la produzione industriale è diminuita del 17,5% su base annua. La conseguenza, sul piano sociale, è che a marzo (ultimi dati disponibili) più di 8 lavoratori europei su 100 risultavano disoccupati, con un aumento del 2,6% rispetto allo stesso mese del 2008.
Insomma l’arte della guerra non conosce crisi: stimolata da programmi intergovernativi e garantita da contratti pluriennali, l’industria bellica europea continua ad attrarre investitori. Come dimostra chiaramente il progetto Joint Strike Fighter, per cui lo Stato italiano si appresta a spendere gli stessi soldi stanziati quest’anno per contrastare la crisi economica più grave dal ’29.


sito web del centro studi economico-sociali per la pace di pax christi italia