Crisi finanziaria, produzione industriale a picco, calo
degli investimenti. Sono i sintomi della crisi economica
che ha colpito il Vecchio Continente. Un settore continua
tuttavia a macinare utili: è quello legato allindustria
militare. Gli Stati investono i soldi dei contribuenti
nella Difesa promettendo nuovi posti di lavoro. Ma la
realtà è un'altra.
Lultimo
caso è quello degli F35 Joint Strike Fighter,
aerei militari che il Governo italiano vuole comprare
per ammodernare la propria flotta. La ditta a capo della
commessa è lamericana Lockheed Martin Aeronautics,
leader mondiale nella produzione di jet da combattimento,
la stessa azienda finita nellocchio del ciclone
negli anni 70 per le tangenti legate alla fornitura
di aerei da trasporto.
Questa volta i cargo non centrano: la Lockheed
dovrebbe fornire allo Stato italiano 131 caccia bombardieri,
il cui costo ufficiale si aggira intorno ai 13,5 miliardi
di euro. Allinizio daprile il ministero
della Difesa ha presentato in Parlamento il progetto,
ricevendo il via libera della Commissione competente
al Senato: da quando la commessa entrerà in fase
di produzione (i primi caccia dovrebbero essere pronti
nel 2014) saranno necessari circa 1,3 miliardi allanno
per saldare il conto entro il 2026. Soldi che, ha spiegato
il Governo, giungeranno sia dal bilancio ordinario della
Difesa sia da fondi extrabilancio. E proprio sulla questione
dei finanziamenti sono nate le polemiche più
aspre. Se è vero che buona parte delle risorse
necessarie alla realizzazione dei caccia tornerà
nelle casse delle aziende italiane (Finmeccanica, controllata
dal ministero dellEconomia, parteciperà
al progetto attraverso Alenia Aeronautica e Avio, che
costruiranno le ali e i propulsori dei caccia), cè
chi pensa che in un momento di crisi economica come
quella attuale gli stessi fondi dovrebbero essere utilizzati
per altre iniziative. Proprio nei giorni in cui la Commissione
Difesa discuteva del programma Joint Strike Fighter,
sedici consiglieri regionali del Trentino Alto Adige
hanno presentato una mozione per sollecitare il Parlamento
"a rivedere la scelta di aderire al programma pluriennale
relativo allacquisizione dei caccia JSF, e ad
utilizzare gli stanziamenti pluriennali per finanziare
politiche attive di sostegno ai lavoratori che in questo
periodo di crisi sono a rischio disoccupazione".
Critica che prende spunto dai soldi messi a disposizione
dal Governo per ridurre limpatto della crisi.
Considerando le due manovre effettuate nellottobre
2008 e in febbraio, le risorse ammontano ad un totale,
riferito al 2009, di 5,4 miliardi di euro. A questi
vanno aggiunti gli 8 miliardi derivanti dal Fondo sociale
europeo, che serviranno per finanziare la cassa integrazione
nei prossimi anni. Fatta la somma si arriva ad un totale
di 13,4 miliardi di euro: esattamente 100 milioni di
euro in meno rispetto a quelli necessari, da qui al
2026, per realizzare i caccia bombardieri JSF.
Più
armi, meno lavoratori I sostenitori europei della
spesa militare non hanno dubbi: i programmi intergovernativi
costituiscono uno stimolo alloccupazione. Il paradigma,
di keynesiana memoria, si scontra però con una
nuova tendenza. Da qualche anno il comparto armiero
del Vecchio Continente non è più una fabbrica
di occupati. E quanto emerge da un recente studio
condotto da Gianni Alioti, sindacalista Fim Cisl,
sulla base dei dati occupazionali elaborati dalla Aerospace
and Defence Industries Association of Europe (associazione
che riunisce i principali attori del settore difesa
e aerospazio in Europa). Negli ultimi venticinque anni,
dal 1981 al 2006, lindustria aeronautica
che assieme al navale genera la stragrande maggioranza
dei ricavi della difesa europea ha raddoppiato
il suo fatturato da meno di 40 a 88 miliardi di euro
lanno (al netto dellinflazione), mentre
gli occupati del settore sono passati dai 579.000 dei
primi anni 80 ai 448.900 del 2006. Numeri che
rispecchiano landamento dellaeronautica
tricolore, che dal 90 ad oggi ha perso il 34%
degli occupati ma ha visto crescere il fatturato del
167%. In altre parole: il lavoro aumenta, i lavoratori
no. Inoltre il 46% dei nuovi posti creati (dati Cisl)
si concentra in uffici pubblici governativi e non nel
settore industriale, senza perciò innescare quel
circolo economico virtuoso che alimenta le migliaia
di piccole e medie imprese. Le argomentazioni dei critici
sono avvalorate da uno studio della University of Massachussetts:
nel 2007 i ricercatori dellateneo americano hanno
confrontato un ipotetico investimento di un miliardo
di dollari in diversi settori delleconomia. Fatte
salve le differenze tra il sistema industriale europeo
e quello statunitense, il risultato del confronto è
impietoso. Se investendo un miliardo nella Difesa si
generano 8555 posti di lavoro, con la stessa cifra se
ne possono creare 12883 nella sanità e più
del doppio nellarea educazione (17687).
Dunque, se gli investitori pubblici e privati guadagnano
le azioni delle industrie belliche possiedono
infatti una bassa volatilità, grazie alla durata
pluriennale dei contratti e alla garanzia fornita dagli
stanziamenti statali i benefici per il territorio
sono decisamente scarsi.
Che
fine ha fatto lEurofighter? Il JSF non
era lunica opzione per ammodernare la flotta italiana.
Laltra possibilità è lEurofighter
Typhoon, un caccia prodotto dal consorzio EADS
controllato da Francia, Germania e Spagna a cui
partecipano altre società europee. Tra queste
ci sono anche Alenia Aeronautica e Avio, le stesse compagnie
italiane impegnate nella costruzione degli F35 JSF.
Ma negli ultimi tempi il programma Eurofighter sembra
essersi arenato: oltre al no della Gran Bretagna, ufficialmente
per motivi di budget, anche lItalia
ha preferito appoggiare i caccia americani. Fermare
il programma Eurofighter significa lasciare senza lavoro
100mila persone impiegate in 400 aziende europee. E
allora perché scegliere i caccia made in USA?
«Qui decide Finmeccanica», è il commento
ermetico di Alfredo Mantica, attuale sottosegretario
al ministero degli Esteri. Che la procedura parlamentare
necessaria per la scelta dei fornitori dei nuovi caccia
non sia stata trasparente si evince dalle parole della
senatrice del PD Silvana Amati: «La maggioranza
non ha aderito alla richiesta di approfondire la fase
istruttoria con audizioni dei soggetti interessati,
da Avio e Alenia alle sigle sindacali coinvolte».
Una spiegazione più chiara la fornisce Alessandro
Politi, direttore dellOsservatorio Scenari Strategici
della società di ricerca Nomisma: « Quando
le industrie vengono privatizzate e si comportano in
modo privatistico il denaro è re. Se lo Stato
non le sostiene, queste devono fare soldi, come dimostrano
le scelte di Finmeccanica. La mossa europea di produrre
un jet con la propria tecnologia sarebbe stata azzeccata,
ma ormai lF35 si è piazzato in modo autorevole
ed un programma post Eurofighter probabilmente non ci
sarà mai. Insomma, gli americani hanno vinto».
I
campioni dEuropa Al di là della
querelle politico strategica sulla commessa JSF,
i numeri dimostrano che uno dei pochi settori europei
in grado di battere la crisi, finora, è stato
quello delle armi. A certificarlo sono i bilanci delle
più importanti aziende produttrici di sistemi
militari, che alla fine del 2008 hanno registrato risultati
in netta controtendenza rispetto al mercato. Mentre
le società bancarie, assicurative e manifatturiere
annunciavano perdite disastrose, il comparto della Difesa
ha fatto segnare ricavi a doppia cifra. A sorridere
sono stati tutti i leader del settore, dallaerospazio
allinformation technology, dai sistemi navali
a quelli missilistici. Litaliana Finmeccanica
ha registrato utili per 620milioni di euro e ricavi
in aumento del 12% rispetto al 2007. La francese Thales,
specializzata nellelettronica per la difesa, ha
guadagnato 650 milioni e ha visto aumentare il numero
di ordini del 14% sul 2007. Meglio ancora ha fatto linglese
BAE Systems, i cui utili sono passati dal miliardo di
euro del 2007 ai quasi due miliardi (1,95) dellanno
appena trascorso. Resta nelle mani del consorzio EADS
la leadership europea: nonostante i dubbi sulla commessa
Eurofighter, la società ha infatti guadagnato
2,8 miliardi di euro, con ricavi in aumento dell11%
rispetto al 2007.
Cifre notevoli, che stridono se confrontate con la situazione
economica del Vecchio Continente. Secondo Eurostat,
lufficio statistico della Commissione Europea,
nel febbraio del 2009 la produzione industriale è
diminuita del 17,5% su base annua. La conseguenza, sul
piano sociale, è che a marzo (ultimi dati disponibili)
più di 8 lavoratori europei su 100 risultavano
disoccupati, con un aumento del 2,6% rispetto allo stesso
mese del 2008.
Insomma larte della guerra non conosce crisi:
stimolata da programmi intergovernativi e garantita
da contratti pluriennali, lindustria bellica europea
continua ad attrarre investitori. Come dimostra chiaramente
il progetto Joint Strike Fighter, per cui lo Stato italiano
si appresta a spendere gli stessi soldi stanziati questanno
per contrastare la crisi economica più grave
dal 29.