Le
settimane passano e resta l'impressione che le cancellerie
dei paesi occidentali annaspino come se fossimo ancora
al giorno del suicidio a Tunisi di Mohammed Bouazizi.
Che i problemi siano gravi e che le soluzioni a breve
termine siano difficili era ed è chiaro. Ma
produce sconcerto rendersi conto che i governi sembrano
saperne meno degli esperti delle organizzazioni di
volontariato. Se la preoccupazione maggiore, almeno
per la vociferazione pubblica, è davvero il
terrorismo, come fidarsi di istituzioni che ignorano
la competenza diplomatica a tutto campo e la prevenzione?
Certamente
nessuno aveva notizia di movimenti giovanili e di
agitazione nelle opposizioni in alcuno dei paesi arabi,
ma quando il giovane precario tunisino si diede fuoco
il 17 dicembre si avvertì subito che stava
avvenendo qualcosa di importante e di inedito. Certamente
non fu subito immaginabile che, uno dopo l'altro,
in quasi tutti i paesi arabi musulmani sorgessero
ribellioni contro i governi oppressivi in nome di
quella "libertà" e quella "democrazia"
mai prima gridate al mondo da quelle parti. Certamente
impressionò che quei giovani non inveissero
contro Israele e l'Occidente e che solo pochi portassero
la barba coranica. Certamente era difficile anticipare
che il contagio si sarebbe esteso fino allo Yemen,
al Bahrein, all'Arabia Saudita. Certamente era scomodo
per tutti gli occidentali passare dall'alleanza alla
condanna di leader regolarmente accreditati ai tavoli
internazionali: anche l'Onu si è trovata a
denunciare come despoti e torturatori capi di governo
già membri legittimati dell'organizzazione.
Pietra di paragone nell'intricata situazione l'Italia,
che dall'accoglienza solenne a Gheddafi con tende
berbere a Villa Pamphili e show-girls convertibili
all'Islam è passata alla guerra e ai bombardamenti,
senza una parola sulla firma recente di un trattato
di "amicizia" con Gheddafi, costato cinque
miliardi al popolo italiano. Si può andare
avanti enumerando questioni, ma non si riesce a pigliare
nessun pesce in questo mare morto della strategia
diplomatica.
Resta tuttora grave non sapere, se non approssimativamente,
neppure i nomi dei responsabili dei diversi movimenti
e le proposte dei gruppi politici-guida: l'Africa
si conferma continente depresso e ignorato da governi
e informazione. Eppure si tratta di paesi che, sia
per gli interessi petroliferi, sia per la prevenzione
del terrorismo, dovrebbero essere sotto costante osservazione
di diplomazie, per definizione tenute a controllare
le carte di tutti i giochi possibili. Se è
vero che il problema numero uno resta il "nostro"
petrolio e il "nostro" gas, è vero
anche che, nonostante tutto, abbiamo sposato la causa
della libertà di questi popoli dell'Africa
mediterranea e dei loro diritti umani: ma eravamo
tutti così ingenui da non pensare che i militari,
i poteri mercantili e il clero (per non parlare dei
clan che - come in Libia - strutturano la società)
facevano un passo indietro, ma restavano in attesa
di lasciar passare l'onda "sovversiva" e
recuperare potere con i nuovi candidati, se ce ne
saranno?
Nemmeno
Obama era così persuaso che si dovessero decidere
misure violente, ma dopo mesi di inerzia nella ricerca
difficile e abbastanza ipocrita di vie di aiuto per
i ribelli e dopo che la Libia tripolitana di Gheddafi
bombardava la popolazione cirenaica era "fatale"
arrivare alle intimidazioni armate. Tuttavia la scelta
della risposta bellica (negando che sia guerra) ha
riconfermato la dissennatezza strategica dell'Occidente
definito moderno. In particolare il nostro governo
più di altri conoscerà le conseguenze
di questa decisione, come dice perfino il vescovo
di Tripoli: se c'era un' "amicizia consolidata",
come si fa a bombardare Gheddafi?
Si
oppone anche la Lega il cui dissenso sui bombardamenti
nasce dalla paura degli "esodi biblici"
con cui il ministro Maroni ha già nevrotizzato
gli italiani e guastato i rapporti con la Francia,
inopinatamente ricuciti da un Berlusconi pronto a
chiedere all'Unione europea la riforma dell'accordo
di Schengen voluta da Sarkozy. Come se l'afflusso
dei tunisini in cerca di ricongiungimenti familiari
o di lavoro in Europa fosse diverso da quello che
ogni anno induce molti a trasferirsi in Francia e
come se la stragrande maggioranza degli espatriati
non fosse composta di "rifugiati" in fuga
da repressione e morte e, in quanto tali, aventi diritto
di asilo secondo la Convenzione di Ginevra. Logica
vorrebbe che, quanto più temibile si fa la
guerra "di appoggio", tanto più crescerà
il numero dei profughi.
Tocca,
infatti, riparlare del morbo infame di razzismo e
xenofobia che ci fa temere di perdere ciò che
è "nostro", senza paura di perdere
l'umanità e senza alcuna intelligenza dei propri
interessi, dato che il filo della passione democratica
che fa alleati dei ribelli è sottile e le bombe,
anche usate contro il comune nemico, producono morti
di cui nessuno è grato. E, soprattutto, moltiplicano
il fuoco delle armi. Cercheremo di salvare allo stesso
modo i civili siriani da Assad?
Proprio l' Italia, per essere il paese più
immediatamente vicino a tutta l'area, doveva trovarsi
già sul campo a sollecitare una politica europea
rispettosa dei principi di Lisbona: l'aiuto migliore
ai ribelli era far loro sentire - da subito, ovviamente
- l'appoggio di governi pronti a sperimentare una
politica di autentica cooperazione. Che non ha per
finalità l'assistenza a il mercato, bensì
le relazioni costruttive. In questo caso cercando
immediatamente vie di mediazione su tavoli negoziali
euro-africani e politiche di intervento a sostegno
delle riforme sociali a cui i governanti possono diventare
sensibili, finché sono indotti dalle minacce
dei democratici sulle piazze e che vanno condizionati
dalla pressione internazionale mentre sono in condizione
di debolezza.
Rinviando
sine die i progetti costruttivi a fianco e a favore
di chi spera nel "nuovo" si finisce per
far ricorso alla guerra e giovare al dissesto, non
alla democrazia. Chiamatela come volete, chirurgica,
difensiva, umanitaria, questa volta anche "protettiva"
se vi piace, non si esorcizza: resta guerra. E non
si arresta se mai volessimo frenare l'escalation.
Berlusconi non crede all' Europa e anche gli altri
in questa fase non sono così europeisti come
sarebbe interesse comune. Sappiamo dunque, di essere
abbastanza soli davanti ai gravi problemi che ci circondano
e che in prospettiva renderanno difficile la difesa
dei diritti umani a partire dai nostri. Peri più
realisti prezzo della benzina compreso.
Come
italiani sappiamo di poterci fidare meno degli altri
del nostro governo. Infatti non solo Berlusconi procede
con l'accetta in mano e il sorriso in volto, come
chi non vuol conoscere la realtà e mente. Mentiva
quando baciava la mano a Gheddafi e Frattini tesseva
le lodi della Jamairia, ma anche quando minaccia le
invasioni bibliche dell'immigrazione o - lo sostiene
Wikileaks - ha messo a disposizione l'Italia per condividere
con gli americani la vergogna di Guantanamo. Quanto
vale l'assicurazione che i nostri missili saranno
"mirati"?