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«Una
dimensione vitalistica della fede serpeggia
in tutto il magistero del Concilio e, a parer
nostro, è uno degli apporti conciliari
che dovremmo valorizzare di più.
L'uomo è chiamato a credere non col
vertice della sua intelligenza ma con la realtà
totale della sua persona.
Sono io il credente, non la mia intelligenza,
e fino a quando la mia fede non è una
dimensione del mio io, ma resta per me una
categoria mentale, ci sarà quella inadeguata
e incompiuta condizione della fede che oggi
è la ragione della scoperta, a volte
amara e sconvolgente, che di fede ce n'è
poca».
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