Letture consigliate
 

  
  A cura di Erica Rodari

  ROM, UN POPOLO
  Ed. Punto Rosso

 
Per l'italiano medio, "normale", anche se democratico e di sinistra, la parola "zingaro", la vista nel proprio Quartiere di una famiglia di zingari (la roulotte, i moltissimi bambini, le donne con le gonne lunghe) provocano inouietudine, diffidenza, Qualche ribrezzo. Nessun'altra minoranza etnica suscita un così forte e totale sentimento di "sgradevolezza", nessuna è altrettanto misconosciuta, ignorata. Noi, i "gagé" - i non zingari - non sappiamo niente di Queste comunità, di Questo piccolo popolo che vive tra di noi da più di cinoue secoli. Ma crediamo di sapere. Al posto della conoscenza mettiamo un mito e crediamo che il mito sia conoscenza. "Sono molti, moltissimi - pensano i "gagé" - dilagano, ci invadono; sono vagabondi senza arte né parte, nomadi disordinati;

sono pigri e ladri; maltrattano e sfruttano i loro bambini; non sono una realtà etnica, sono una realtà malavitosa; sono infidi, violenti, pericolosi; sono - come recitava il titolo di un vecchio film sui borgatari romani - "sporchi, brutti e cattivi". Nel nostro immaginario collettivo Questo mito negativo convive, a sprazzi - complice un po' di mediocre cinema e mediocrissima letteratura e tanti ambigui nostri desideri - con un mito diverso, opposto, che esprime fascinazione: "Sono liberi, 'figli del vento'; sono musicisti straordinari; le loro donne sono voluttuose e i loro uomini fieramente virili; non si piegano alle false lusinghe della civiltà e del progresso; loro sì, che sono felici!" La diversità basta non vederla com'è, basta esorcizzarla nei sogni delle nostre nevrosi, delle nostre paure, dei nostri ambigui desideri.



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